Gianfranco Coccia
Negli ultimi anni si è consolidato un fenomeno che fino a poco tempo fa appariva marginale o episodico: l’ingresso diretto dei grandi miliardari nell’arena politica.
Non più soltanto finanziatori, lobbisti o registi dietro le quinte, ma protagonisti in prima linea, capaci di raccogliere consenso elettorale e trasformarlo in potere formale. Figure come quelle che vediamo ogni giorno su foto e video mondiali stanno segnando uno spartiacque: il denaro non si limita più a influenzare la politica, tende a coincidere con essa, anzi a sostituirsi ad essa.
Questo passaggio non è soltanto simbolico, ma strutturale. La concentrazione estrema della ricchezza globale, già denunciata da economisti e organismi internazionali, trova ora una sua naturale estensione anche nella concentrazione del potere decisionale. Chi controlla piattaforme tecnologiche, flussi energetici, infrastrutture strategiche o capitali finanziari immensi dispone di strumenti senza precedenti per orientare opinione pubblica, mercati, interventi anche militari e… le urne elettorali.
Il risultato è la progressiva ridefinizione della democrazia rappresentativa. Il rischio non è semplicemente quello di una “deriva oligarchica” in senso classico, ma la formazione di un sistema ibrido in cui pochi attori dominanti detengono contemporaneamente potere economico, mediatico e politico. Dove non assumono incarichi diretti, questi nuovi protagonisti continuano a esercitare un’influenza sostanziale attraverso reti di fedeltà, finanziamenti mirati e controllo delle narrazioni pubbliche. I governi, in tali contesti, rischiano di trasformarsi in strutture di gestione più che in centri autonomi di indirizzo politico, in altri termini in tanti Re Travicello.
L’ipotesi di un mondo diviso tra una ristretta élite di super-ricchi e una massa sempre più ampia di persone economicamente fragili non è più una distopia letteraria, ma uno scenario plausibile. La classe media, tradizionale pilastro delle democrazie occidentali, mostra segni evidenti di erosione. In questo quadro, la mobilità sociale si riduce e il merito rischia di diventare un principio retorico più che una realtà concreta.
È in questo contesto che si pone una domanda cruciale: quale spazio rimane per il volontariato e la solidarietà attiva? Storicamente, queste forme di impegno hanno rappresentato una risposta dal basso alle disuguaglianze, un correttivo sociale capace di colmare le lacune degli Stati e del mercato.
Se le grandi ricchezze venissero accentrate, anche la filantropia tenderebbe a essere centralizzata e, per di più, strumentalizzata. Le fondazioni legate ai grandi patrimoni potrebbero – è vero – svolgere un ruolo importante, ma non da soggetti neutri, dovendo riflettere priorità, visioni e interessi dei loro promotori, con il rischio non remoto che il volontariato e la solidarietà vengano “privatizzati”, marginalizzati e trasformati in un’estensione dell’influenza dei pochi, anziché in un’espressione libera e diffusa della società civile.
E, non ultimo, potrebbero essere oggetto di tentativi di cooptazione per essere integrati in sistemi di “responsabilità sociale” funzionali più all’immagine dei nuovi governanti che a un reale cambiamento delle condizioni di vita.
Ma ciò non significa ammainare la bandiera: il volontariato e la solidarietà attiva non possono essere destinati a estinguersi; al contrario, possono diventare uno degli ultimi spazi di resistenza democratica reale, un laboratorio di partecipazione e di costruzione di legami sociali autentici. Ma, per farlo, dovranno evolvere, rafforzando le proprie reti, acquisire maggiore consapevolezza politica (senza necessariamente diventarne partigiana), e rivendicare un ruolo non subordinato rispetto ai grandi attori economici.
Lo scenario futuro resta pertanto aperto, ma non neutrale. Molto dipenderà dalla capacità delle istituzioni democratiche di sapersi adattare, introducendo meccanismi di riequilibrio e di contrappeso in un ambito di assoluta trasparenza, scevra da ogni opacità. Ma ciò dipenderà anche dalla società civile, dalla sua vitalità e dalla sua determinazione a non rinunciare a spazi di autonomia.
In definitiva, la sfida non è soltanto economica o politica, ma culturale. Riguarda l’idea stessa di comunità, di partecipazione e di giustizia sociale. In un mondo sempre più concentrato nelle mani di pochi, il volontariato e la solidarietà attiva non possono limitarsi a essere una risposta emergenziale: devono tornare, attraverso le numerose realtà associative di servizio alle quali appartiene anche Lions International, a essere un principio fondativo, capace di orientare scelte collettive e di contrastare sempre e comunque culturalmente, e ove possibile, la deriva verso una società tendenzialmente più diseguale.