TORNARE LIBERE DOPO LA VIOLENZA

TORNARE LIBERE DOPO LA VIOLENZA

Virginia viola

La violenza contro le donne è un fenomeno ampio e diffuso, trasversale ad aree geografiche e condizioni economiche delle sue vittime. Le statistiche suggeriscono dati allarmanti: in Italia, una donna su tre subisce violenza almeno una volta nella vita. A questo punto sorge spontanea una domanda: queste donne ritroveranno mai se stesse e la loro libertà?

Sarah Sclauzero è un’esperta del settore: psicologa, presidente del centro antiviolenza Me.Dea di Alessandria, che ha fondato nel 2008; un anno fa è stata nominata dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella, Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per “affrontare con competenza il tema dell’aiuto alle donne vittime di violenza”.

Che cosa significa libertà per lei?

«Per me libertà significa autonomia di scegliere senza vincoli, senza costrizioni, libertà di potersi esprimere, sostenere i propri principi, scegliere di fare cose liberamente. È strettamente collegata al concetto di autonomia e autodeterminazione ed è uno dei valori più importanti che accompagnano la nostra esistenza e la nostra identità.»

E che cosa significa libertà per le donne vittime di violenza?

«Sicuramente una donna che vive un’esperienza di violenza non è più libera, fino a non sentirsi più libera di pensare. Le donne che vivono una relazione violenta vivono sotto un regime di controllo che va a ridurre fino a eliminare la loro possibilità di essere libere. Mi riferisco alla mancanza di libertà di vedere persone, di avere opinioni, di scegliere e pensare liberamente. Il risultato più bello che possono raggiungere queste donne è quello di sentirsi libere di scegliere un abito, di incontrare le amiche, di frequentare un corso di formazione, di lavorare. Libere da giudizi, da controlli, da divieti. Queste donne vivono in un regime di libertà ridotta o annientata. E, purtroppo, la violenza più diffusa, al contrario di quanto si pensa, è quella che avviene dentro relazioni intime, spesso all’interno delle mura domestiche, ovvero in ambito familiare. La libertà viene man mano minata sotto più fronti fino a farle sentire totalmente sbagliate.»

In base alla sua esperienza, ritiene che le donne maltrattate in famiglia riescano a liberarsi completamente della paura?

«Il lavoro che noi facciamo con loro è quello di aiutarle a recuperare l’autostima, a riconoscere e rafforzare le proprie competenze, le risorse interne ed esterne che possiedono. In base al tipo di percorso che viene seguito, affrontano le loro paure. Molte riescono ad affrancarsi, altre cercheranno un modo di gestirle, in base al tipo di violenza che hanno subito, a quanto sono state compromesse, alle risorse che riescono ad attivare nel trovarsi nuovamente libere. Molte fanno un bellissimo percorso di crescita e di liberazione, non posso dire tutte.»

Voi gestite una serie di case rifugio dove ospitate donne vittime di violenza e i loro figli. Quanto tempo ci vuole per riconquistare la libertà?

«Dipende dal tempo e dall’intensità della relazione violenta che hanno vissuto, dalla gravità delle conseguenze psicologiche e relazionali, dagli strumenti che hanno attivato. Donne autonome dal punto di vista economico, con una rete familiare e di amicizie, riescono a riconquistare molto più velocemente e facilmente la libertà. Per le donne che si presentano al centro senza avere ancora la consapevolezza che stanno vivendo una relazione violenta, il processo diventa molto più lungo.»

E i bambini, come vivono questa situazione? Saranno adulti sereni, in grado di crearsi una famiglia e di liberarsi della brutta esperienza del passato?

«È impossibile rispondere in modo nitido a questa domanda. È già difficile rispondere per le donne e mi riferisco a coloro che chiedono aiuto. Per quanto riguarda i figli, la situazione è molto più complessa. Se hanno la possibilità di frequentare percorsi supportivi e riabilitativi, hanno ottime probabilità di uscire da questo modello. Se non hanno la possibilità di rielaborare questo metodo violento, corrono il rischio di incorrere in relazioni violente sette volte maggiore rispetto a figli che sono cresciuti in contesti non violenti. Questo, comunque, non significa assolutamente che diventeranno violenti e incorreranno in azioni violente nei confronti delle loro partner.»

I Lions club Alessandria e Gavi hanno deciso di finanziare il progetto “Terapia sospesa”, ossia alcuni cicli di supporto psico-educativo per nuclei familiari che riguardano le madri e i loro figli. In che cosa consiste?

«Osservando le relazioni tra madri e figli e figlie ospiti delle nostre case rifugio, ci siamo rese conto che molto spesso i rapporti sono stati compromessi dal clima di umiliazioni, denigrazione e violenza a cui le donne sono state sottoposte. Questo progetto si propone di avviare percorsi di sostegno alla genitorialità rivolti alle mamme ospitate nelle case per aiutarle, con la presenza di una psicoterapeuta, a individuare nuove strategie di relazione con i propri figli e figlie. Sarà utilizzata anche la pet therapy, in quanto gli interventi assistiti con gli animali trovano riscontro anche in ambito neuroscientifico ed evidenziano miglioramenti per il benessere fisico, emotivo, cognitivo e sociale.»

Può essere una strada verso la libertà?

«Questa è sicuramente una strada per trovare nuovi strumenti utili a superare la complessità della violenza subita, cercando nuovi scenari di relazione tra madri e figli.»

Medea è il nome della vostra associazione, ma anche quello di una figura mitologica scaltra e astuta. Che cosa suggerite alle donne per salvaguardare la loro libertà?

«Non è facile. Ci sono però alcuni segnali da non sottovalutare: se qualcuno le fa sentire sbagliate, questo è già il primissimo campanello che dovrebbero cogliere per capire che è una relazione tossica. Non cedere alla tentazione di assecondare sempre la persona amata con l’illusione di arrivare a piacergli di più. Quando la libertà di espressione viene minata, significa che l’altro non approva né condivide il loro modo di essere.»

Quest’anno, Me.Dea festeggia 16 anni di impegno. Un bilancio in due parole.

«Quanto è bello il lavoro che facciamo e quanto è bello avere la libertà di poterlo fare.»

Nella foto – Sarah Sclauzero con il presidente Sergio Mattarella