So di non sapere

So di non sapere

Gianfranco Coccia

Atene, V secolo avanti Cristo. Un uomo cammina per le strade rigorosamente a piedi scalzi, si ferma nelle piazze, interroga passanti, giovani e politici, li imbarazza, li infastidisce come un tafano, come vedremo più avanti. Non scrive, non impartisce lezioni, non recita formule. Fa domande. Mette in crisi. Costringe a pensare. È Socrate, il filosofo che ha passato la vita a parlare con i suoi concittadini e che, per questo, paradossalmente, è stato ingiustamente condannato a morte. Andiamo ora a rinnovare la conoscenza di questo straordinario pensatore per riproporne l’attualità dell’insegnamento a distanza di oltre due millenni.

In un’epoca, come la nostra, in cui pullulano tuttologi e ciarlatani di ogni risma, tanto da proclamarsi pubblicamente saccenti in tutti i rami dello scibile umano, parlare di Socrate non è un esercizio di archeologia filosofica, ma un atto di resistenza intellettuale. L’ateniese che Platone ha consegnato alla memoria come maestro di dialogo e di ricerca sembra oggi più vicino che mai. La sua voce risuona, paradossalmente, proprio in un mondo in cui la voce di tutti rischia di valere tutto e niente.

L’ARTE DI NON SAPERE

Il celebre “so di non sapere” non è uno slogan né un artificio retorico: è la chiave di uno stile di vita che si oppone a ogni forma di arroganza intellettuale. Socrate non negava la possibilità della conoscenza, ma rifiutava la presunzione di possederla in modo definitivo. È in questa ammissione di ignoranza che nasce la filosofia come ricerca, come movimento continuo verso la verità e verso il bene.

In una società digitale in cui l’opinione si confonde con l’informazione e l’informazione con la verità, la lezione socratica appare dirompente: l’unico modo autentico di avvicinarsi al sapere è riconoscere i propri limiti. Solo così la discussione non diventa un’arena per prevalere sull’altro, ma un cammino comune verso qualcosa di più alto.

IL METODO DELLA LEVATRICE

Socrate non si presentava come maestro nel senso tradizionale. Non dispensava nozioni, ma poneva domande. Non elargiva risposte preconfezionate, ma apriva nuovi sentieri della conoscenza. Paragonava il proprio lavoro a quello di una levatrice, come lo era stata la madre Fenarete: come quest’ultima aiuta a dare alla luce i bambini, lui aiutava le anime “gravide” a partorire la verità.

In una stagione come la nostra, in cui prevale la comunicazione aggressiva e semplificata, l’ironia socratica — il finto non sapere che mette in crisi le certezze altrui — potrebbe costituire un antidoto. Non per demolire, ma per edificare. Non per vincere, ma per capire. La dialettica socratica non è una gara, ma un atto di responsabilità reciproca.

IL CORAGGIO DELLA COERENZA

La vita di Socrate non è stata un’astrazione. Non è stato solo filosofo, ma un cittadino che ha speso la sua esistenza per i suoi concittadini ateniesi, convinto che la ricerca del bene coincidesse con la ricerca della verità e che tale ricerca fosse un dovere civico prima ancora che intellettuale.

Il processo che lo ha condannato a morte con l’accusa di corrompere i giovani e di non credere negli dèi della città resta uno degli episodi più controversi della storia. Alcuni giuristi hanno detto che è stato vittima della giustizia legale e non di quella sostanziale. Platone ce ne ha lasciato un resoconto drammatico e luminoso, parlandoci di un uomo che ha affrontato l’ingiustizia con serenità, rifiutando la fuga e accettando la cicuta come atto di fedeltà nei riguardi di se stesso e della propria missione, il tutto con la fondata convinzione che la sua morte non avrebbe fatto altro che addormentare ulteriormente Atene se, nel frattempo, non fosse arrivato qualcun altro a pungolarla.

Quella calma, quell’incredibile capacità di rassicurare gli amici mentre la morte incombe, sono il lascito più alto di Socrate. Non è la vittoria, ma la coerenza a dare senso all’esistenza.

ATTUALITÀ DI UNA VOCE ANTICA

Cosa resta di Socrate in un mondo in cui i social network trasformano il dibattito in una sequenza infinita di urla scritte da tanti leoni da tastiera, in cui la discussione sembra fine a se stessa e la verità un concetto negoziabile? Forse ci resta tutto.

La sua critica alla presunzione di sapere ci ricorda che la conoscenza non è accumulo di dati, ma elaborazione critica. Il suo metodo di dialogo suggerisce che la vera intelligenza non si esprime nella velocità di rispondere, ma nella capacità di domandare. Il suo esempio di vita insegna che la filosofia non è un lusso accademico, ma un impegno esistenziale e civico.

In fondo, Socrate non ci lascia formule matematiche da applicare, ma un atteggiamento, uno stile che si traducono nella volontà di cercare insieme, di mettere in discussione ciò che si crede acquisito, di non piegarsi alle mode del consenso e dell’omologazione, di promuovere la conoscenza di se stessi oltre che quella degli altri. Una delle metafore più celebri che lo riguardano è quella in cui egli si definisce il tafano che punzecchia la vecchia cavalla, dove l’insetto era lui stesso, mentre il vecchio animale era l’antica città di Atene, ottusa, pigra e sonnolenta, bisognosa di essere stimolata.

UNA SFIDA AL PRESENTE

Socrate oggi ci invita a disinnescare la superficialità, a frenare la smania di avere sempre l’ultima parola. La sua figura è attuale perché propone un modello di cittadinanza intellettuale fondato sull’ascolto, sulla critica costruttiva, sulla propensione al bene, perché, per essere felice, l’uomo deve fare il bene. Ed è così che, grazie a lui, la filosofia subisce una mutazione genetica, perché abbandona lo scenario della natura e comincia a porre al centro l’uomo e i suoi problemi esistenziali. In un tempo che confonde la libertà di opinione con la libertà di ignoranza funzionale, in cui pullulano ciarlatani e leoni compulsivi da tastiera, la sua voce ci ricorda che la democrazia vive non quando tutti parlano, ma quando tutti si assumono la responsabilità di cercare la verità. E non a caso, la sua condanna a morte resta una ferita simbolica per ogni società che voglia definirsi libera. Non basta celebrare Socrate come martire della filosofia: occorre chiedersi se, nel nostro tempo, non rischiamo di condannarlo di nuovo ogni volta che preferiamo la velocità all’approfondimento, l’apparenza alla sostanza, il consenso alla verità.

IL CORAGGIO DI GUARDARSI ALLO SPECCHIO

Socrate non è un reperto da museo. È un interlocutore scomodo che ci costringe a guardarci allo specchio. È l’invito a riconoscere l’ignoranza come condizione di partenza e non come vergogna. È il richiamo a una vita spesa non per prevalere sugli altri, ma per cercare con gli altri, da e con il cuore.

Il suo “so di non sapere” non è una rinuncia, ma un atto di coraggio. E in un mondo in cui tutti sembrano sapere tutto, ricordarcelo ai giorni nostri è un vero atto di giustizia che possiamo liberamente compiere.