MANUELA CREPAZ
Gerusalemme, terra di confini e di preghiera, ha visto nei giorni scorsi un incontro che profuma di futuro e di pace possibile. Rossella Vitali, Presidente del Consiglio dei Governatori, ha varcato la soglia del Patriarcato Latino per portare non solo un aiuto economico, ma un messaggio di vicinanza profonda da parte di tutti i soci e le socie italiani.
Al centro dell’incontro, il progetto “Orizzonti di Speranza”, una raccolta fondi che ha mobilitato i 17 distretti italiani in una gara di generosità. Sebbene l’assegno simbolico mostrasse la cifra di 50.000 euro, il cuore dei soci è andato oltre, raggiungendo la somma definitiva di 56.544,52 euro.
Un granello di sabbia per la pace
«Siamo lieti di poter dare una mano anche piccola, piccolissima», ha dichiarato con emozione Rossella Vitali rivolgendosi al Cardinale Pierbattista Pizzaballa. «Anche solo un granellino di sabbia può, nel suo piccolo, portare la pace e la speranza. Per servire dobbiamo dotarci di coraggio e umiltà, le componenti che ci portano a lottare. Lei, Eminenza, ne è un esempio illustre».
In segno di profonda stima, la Presidente ha conferito al Cardinale la “Melvin Jones Fellowship”, la massima onorificenza lionistica internazionale. Un momento di solennità che si è sciolto in un sorriso quando, durante il rito dell’appuntare la spilla, il Cardinale ha scherzato sulla sua talare: «È una veste ‘old fashion’, non si presta facilmente alle pin come una giacca!», ha commentato con la sua nota affabilità.
Il prefisso del futuro: “Ri-cominciare”
Il ringraziamento di Sua Eminenza è andato ben oltre la gratitudine formale, toccando le corde vive della sofferenza attuale. Il pensiero del Patriarca è volato a Gaza, alle scuole distrutte, agli ospedali e a chi ha perso tutto.
«Vedere tanta solidarietà per persone che non si incontreranno mai ci dice che l’umanità è salva», ha risposto Pizzaballa. «In questo Natale sentiamo spesso usare il prefisso ‘ri-‘: ricominciare, ricostruire, ripensare. È tutto un po’ da capo, ma sappiamo dov’è il Capo: è quel Bambino che, pur essendo fragilissimo, attira a sé tutto il mondo».
Le risorse donate dalle e dai Lion saranno impiegate per ambiti vitali: alimentazione, cure mediche e sostegno alle famiglie rimaste senza lavoro a causa della guerra. Un gesto concreto che trasforma la solidarietà in una carezza reale sulla pelle di chi soffre, confermando che, anche nel buio più fitto, gli “Orizzonti di Speranza” non sono mai stati così vicini.
«Esserci è l’unico modo per seminare speranza»
Abbiamo intervistato Rossella Vitali, Presidente del Consiglio dei Governatori
La missione Lion a Gerusalemme non è stata solo un atto di generosità economica, ma un viaggio di profonda testimonianza umana in una terra ferita.
La Presidente del Consiglio dei Governatori Rossella Vitali è stata accompagnata da Dino (Geraldo) Rinaldi, del suo stesso Distretto 108Ib4, portando fisicamente la vicinanza delle e dei soci italiani nel cuore del conflitto. All’appello mancava, Luigi Uslenghi, figura chiave che aveva curato con dedizione i contatti organizzativi con la Santa Sede e il Patriarcato, costretto a rinunciare alla partenza per motivi personali.
Presidente, oltre all’importanza della donazione, colpisce la scelta di consegnare l’assegno di persona in una zona di guerra. Una responsabilità non comune, pur per un’organizzazione abituata a scenari critici come l’Ucraina o le aree più povere dell’Africa. Perché questo viaggio era così necessario?
«È vero, è stata una trasferta di un’importanza profonda. All’incontro con il Cardinale Pizzaballa, le sue parole mi hanno profondamente colpita: ci ha detto che quando tutto sarà finito, non ci si ricorderà solo di chi c’è stato economicamente, ma soprattutto di chi c’è stato con la propria presenza. Questo era esattamente il senso del viaggio che il Consiglio dei Governatori voleva trasmettere: la vicinanza umana prima di tutto.»
Avete vissuto Gerusalemme da “dentro”, ospiti del convento dei Cappuccini. Che realtà avete trovato in una città che oggi appare spettrale, priva di turisti e carica di tensione?
«Siamo stati accolti in una zona residenziale a circa un chilometro dal Patriarcato, dove venti frati cappuccini e quattro suore orsoline svolgono un lavoro silenzioso ma incredibile. Assistono bambini, famiglie e persone che hanno perso il lavoro. La città è ferma: l’economia soffre profondamente perché il turismo è azzerato. Vedere i luoghi di culto aperti solo per la preghiera, ma preclusi ai visitatori, dà l’idea della brutalità di questo momento. Questa città è un gioiello di bellezza assoluta, ma la ferita del conflitto stride in modo violento con lo splendore che hai davanti agli occhi. Eppure, paradossalmente, dentro il convento ho ritrovato una pace che non sentivo da mesi, nonostante la tensione che si respira appena fuori dalle mura.»
Cosa si prova a confrontarsi con una sofferenza così profonda venendo dal nostro “ricco Occidente”?
«Ci si sente piccoli, piccolissimi. Stando lì, vedendo la folla di persone che va a chiedere aiuto o semplicemente a trovare conforto, ti rendi conto che quello che facciamo noi, in confronto, è niente. Ti scuote, ti porta fuori dalla tua comfort zone. Ma allo stesso tempo, questa esperienza mi ha dato una forza nuova, un’energia che vorrei trasmettere a tutti i soci e le socie: la parte più importante del nostro servizio non è solo rispondere ai bisogni economici, ma a quelli psicologici e umani. Una parola, un contatto, un pensiero possono fare la differenza.»
Nel dialogo con il cardinale hai utilizzato la metafora del “granellino di sabbia”. È un concetto che ti è molto caro e che sembra riassumere il senso del progetto “Orizzonti di Speranza”.
«Esattamente. Il progetto si chiama così perché vogliamo testimoniare che la speranza esiste ancora, finché c’è qualcuno disposto a mettersi al servizio degli altri. Il messaggio che vorrei arrivasse è proprio questo: il nostro contributo, per quanto possa sembrare piccolo come un granello di sabbia, se è legato alla presenza e alla volontà di testimoniare, diventa parte di un orizzonte più grande. Anche se possiamo sentirci “piccoli”, ogni granellino di impegno, ogni parola di cura, ogni gesto di presenza, può diventare scintilla di umanità che rimette in moto la speranza. Esserci significa tendere una mano che non si limita alla cifra, ma si fa sguardo, ascolto, presenza. Siamo andati lì per dire: “Noi ci siamo”. E finché ci saremo, ci sarà speranza.»