L’AI ha un problema con le donne. E non è un bug

L’AI ha un problema con le donne. E non è un bug

Manuela Crepaz

Quando una tecnologia promette di livellare il campo da gioco, vale la pena chiedersi chi l’ha progettata. Nel caso dell’intelligenza artificiale, la risposta è quasi sempre la stessa: uomini, addestrati su dati che rispecchiano decenni di squilibri consolidati.

Il risultato è che le disuguaglianze non sono sparite: sono state codificate. A documentarlo è la ricerca “Women in the Age of AI-enabled Disinformation”, pubblicata a marzo 2026 dall’European Parliamentary Research Service (Eprs), il servizio di analisi indipendente del Parlamento europeo.

Nell’Unione europea, l’80,5% degli specialisti in tecnologie dell’informazione sono uomini. Nel comparto specifico dell’intelligenza artificiale, meno di un terzo del personale è femminile e appena il 15% delle posizioni dirigenziali è occupato da donne, secondo i dati del World Economic Forum riportati nel rapporto.

Un uomo su cinque nel settore ritiene che le donne siano «per natura meno adatte» a una carriera tecnologica. È il contesto culturale in cui vengono prese decisioni progettuali che riguardano miliardi di persone.

I sistemi di scoring del credito, rileva la ricerca Women’s World Banking citata dall’Eprs, tendono a raccomandare prestiti alle donne con frequenza inferiore rispetto agli uomini. I modelli linguistici applicati alla sanità rischiano di sottostimare sistematicamente i bisogni medici femminili.

Il mercato della violenza digitale

Il capitolo più pesante riguarda i deepfake. Tra il 2019 e il 2023 i video deepfake online sono cresciuti del 550%: il 98% è pornografia non consensuale e il 99% delle persone prese di mira sono donne.

Uno strumento deepfake su tre consente esplicitamente la produzione di contenuti sessualizzati, con barriera tecnica praticamente inesistente. Sfide quotidiane, ricompense sociali, validazione tra pari: la “gamification” incentiva la produzione e diffusione di questo materiale, alimentando quello che l’Eprs chiama senza eufemismi un «mercato online della misoginia».

I numeri diventano ancora più concreti con il caso Grok. Secondo un rapporto del gennaio 2026 del Center for Countering Digital Hate, il modello di intelligenza artificiale di xAI integrato in X ha generato tre milioni di immagini sessualizzate in undici giorni, di cui 23.000 raffiguranti minori.

La Commissione europea ha aperto un’indagine per verificare se X rispetti gli obblighi del Digital Services Act in materia di mitigazione dei rischi sistemici.

Colpire la donna per colpire la democrazia

La disinformazione di genere è diventata uno strumento geopolitico riconosciuto. La Nato, nel documento di policy del 2024 su “Women, Peace and Security”, avverte che avversari strategici «promuovono disinformazione di genere per seminare divisione e destabilizzare le nostre società».

Il caso moldavo è il più istruttivo: nell’ottobre 2024, durante le elezioni presidenziali coincise con il referendum sull’adesione all’Ue, Maia Sandu — prima donna eletta alla presidenza del Paese — è stata bersaglio di campagne di disinformazione coordinate.

L’obiettivo non era solo screditare lei, ma usare la sua figura per instillare dubbi sull’intero percorso europeo della Moldova. Colpire la donna per colpire la democrazia.

La radicalizzazione silenziosa

Dentro le società occidentali agisce una frattura meno visibile. Gli algoritmi amplificano contenuti divisivi perché generano interazioni, costruendo ambienti informativi separati per uomini e donne.

In questo spazio ha attecchito la cultura incel — da “involuntary celibacy”, celibato involontario — movimento di uomini che attribuiscono la propria solitudine non a dinamiche personali, ma a un sistema in cui le donne esercitano un potere ingiusto a danno maschile.

Nata nei forum più marginali di internet, questa visione ha colonizzato le piattaforme mainstream, comprese quelle di gaming. L’Eurobarometro Flash 544 misura il risultato: gli uomini tra i 18 e i 44 anni mostrano atteggiamenti più stereotipati e più inclini alla colpevolizzazione delle vittime rispetto alle generazioni precedenti.

L’UE ha risposto con strumenti concreti: il Digital Services Act, l’AI Act applicabile dall’agosto 2026, la Direttiva sulla violenza contro le donne che impone agli Stati membri di criminalizzare entro il 2027 la diffusione non consensuale di immagini intime, deepfake compresi.

Le leggi ci sono. Quello che manca, per ora, è la volontà di farle rispettare da parte di chi gestisce le piattaforme, e la consapevolezza diffusa che questo non è un problema delle donne: è un problema di tutti. A partire da chi lo ignora.

Il documento è scaricabile scansionando il seguente qr code o al link:

https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2026/782670/EPRS_BRI(2026)782670_EN.pdf