La cultura della disabilità come bene comune

La cultura della disabilità come bene comune

Francesco Pira

I Lion sono da sempre protagonisti attivi nella promozione dei diritti delle persone con disabilità, attraverso iniziative concrete. Con attività di sensibilizzazione nelle scuole, il sostegno a progetti sportivi inclusivi, la collaborazione con associazioni del territorio e con le istituzioni, contribuiscono ogni giorno a diffondere una cultura del rispetto e della partecipazione

Negli ultimi anni, il concetto di disabilità ha cominciato a uscire dal cono d’ombra in cui troppo spesso è stato relegato: da dato puramente clinico o motorio si sta affermando come fenomeno articolato, intrecciato con emozioni, relazioni sociali, condizionamenti individuali e ostacoli ambientali.

È un cambiamento che passa non solo da leggi o strutture, ma dalle storie, dalle parole, dalle esperienze, dall’incontro quotidiano con la diversità. Lo sport, in questo contesto, si rivela uno strumento potente: non soltanto per muovere un corpo, ma per dare dignità, libertà, senso.

Davvero interessante è l’approccio raccontato nell’articolo pubblicato dall’Ansa dal titolo “Bebe Vio, la cultura della disabilità è in grande crescita”. La frase è stata pronunciata da Bebe Vio, campionessa paralimpica di fioretto, durante l’inaugurazione della nuova stagione della sua “Bebe Vio Academy” a Roma. Secondo la schermitrice, «la cultura della disabilità è in grande crescita» e questo avviene non perché sia stata imposta, «ma perché si è raccontata la bellezza di questo mondo».

La pluripremiata atleta aggiunge che «lo sport non è bello solo perché ti fa stare bene, ma soprattutto per i bambini con disabilità rappresenta un percorso di crescita». In queste parole c’è tutta la forza dell’esperienza personale: l’attività sportiva diventa veicolo di trasformazione e scoperta di sé. «L’ho vissuta sulla mia pelle – spiega – la fisioterapia è indispensabile ma finché non ti diverti, il corpo risponde anche diversamente».

Parlando della sua Academy, Vio precisa che «il nostro obiettivo non è creare un posto che rappresenta l’utopia del mondo fantastico dove c’è l’integrazione e giocano tutti insieme. Ma farglielo provare e, una volta finito l’anno, indirizzarli verso la palestra più vicina a casa». L’ambizione, infatti, è quella di costruire una cultura dell’inclusione che sia vissuta, sperimentata e poi diffusa altrove: «creare una base di integrazione all’interno della loro cultura per spargerla poi nelle varie palestre d’Italia». Un messaggio significativo anche per le famiglie: «È importante sapere che fare sport non finisce solo nelle palestre, ma lascia traccia all’interno delle famiglie».

Le parole di Bebe Vio ci aiutano a entrare in una riflessione più ampia sulla disabilità e su come venga percepita e raccontata nella nostra società. Disabilità non significa solo deficit fisico o mentale, ma rappresenta una condizione che coinvolge l’intera persona, toccando dimensioni corporee, cognitive, emotive e relazionali. La vera difficoltà nasce quando l’ambiente non è capace di includere, quando gli sguardi, le strutture, i linguaggi e le consuetudini non riconoscono il valore e la dignità di ogni essere umano.

Per questo la cultura della disabilità è essenziale: ci permette di andare oltre il limite medico, di leggere la persona nella sua complessità, di superare gli ostacoli che la società stessa ha contribuito a creare. Non si tratta soltanto di accogliere chi ha una difficoltà, ma di riconoscere il contributo che ogni individuo, anche nella sua vulnerabilità, può offrire alla comunità.

Il racconto, come suggerisce Vio, è uno degli strumenti più efficaci per generare cambiamento. Quando si mostra “la bellezza di questo mondo”, le persone iniziano a guardare con occhi nuovi, ad appassionarsi alle esperienze, a modificare il proprio immaginario collettivo. La narrazione ha un potere educativo enorme, capace di trasformare l’indifferenza in empatia, l’esclusione in partecipazione.

Un aspetto cruciale è il ruolo dello sport, non solo come attività fisica ma come percorso di crescita. Praticare sport insegna la disciplina, la gestione della fatica, l’osservanza delle regole, la cooperazione, e soprattutto aiuta a sviluppare l’autostima e il senso di appartenenza. Per i bambini con disabilità, può diventare una vera e propria chiave di accesso alla vita sociale. Ma perché ciò sia possibile, è necessario che le strutture siano accessibili, che gli operatori siano preparati e che le famiglie siano accompagnate in questo percorso.

È altrettanto importante ricordare che la cultura dell’inclusione non può limitarsi a contesti protetti o iniziative isolate: deve entrare nel quotidiano, nelle scuole, nei centri sportivi, nei luoghi di lavoro. Solo così potremo dar vita a una società più equa, più attenta e davvero accogliente.

I Lion sono da sempre protagonisti attivi nella promozione dei diritti delle persone con disabilità attraverso iniziative concrete. Con attività di sensibilizzazione nelle scuole, il sostegno a progetti sportivi inclusivi, la collaborazione con associazioni del territorio e con le istituzioni, i Lion contribuiscono ogni giorno a diffondere una cultura del rispetto e della partecipazione. Promuovere una vera cultura della disabilità significa rendere la società intera più umana, più consapevole, più aperta a tutti senza barriere.