Stare insieme ci fa stare bene

Stare insieme ci fa stare bene

Antonio Dezio

La notizia della creazione di un Ministero per la Solitudine nel Regno Unito, nato nel 2018, ha stupito molti. La Premier britannica Theresa May ha definito, nel suo annuncio, la solitudine «una triste realtà della società moderna».

Si è dimostrato che l’isolamento sociale ha un effetto dannoso sulla salute quanto quello dell’obesità o del fumo di 15 sigarette al giorno. La solitudine è associata alla riduzione dell’aspettativa di vita; da un punto di vista fisico provoca problemi soprattutto cardiaci, da un punto di vista cognitivo favorisce l’insorgere della demenza senile.

Come un virus, la solitudine attacca le persone più vulnerabili e può trasformarsi in un male cronico.

Uno studio del 2019 (S.W. Cole et al.) ha dimostrato che la solitudine è un fattore psicosociale che può influenzare la risposta del corpo a situazioni di stress attraverso l’attivazione dei geni dell’infiammazione.

Questo cambiamento genomico alimenta l’infiammazione cronica, indebolisce le difese immunitarie, aumenta i rischi di depressione, ansia e aumenta la vulnerabilità alle infezioni virali.

Livia Tomova, docente dell’Università di Cardiff, ha valutato, durante una ricerca per il MIT, le risposte comportamentali e neuronali di alcuni soggetti dopo 10 ore di completa astinenza dal cibo o dalle interazioni sociali. Al termine del digiuno o dell’isolamento, sono state presentate ai volontari delle foto raffiguranti (a seconda del gruppo) cibo o attività sociali. Lo scopo era quello di evocare, attraverso l’utilizzo di stimoli visivi, l’attivazione delle aree cerebrali coinvolte nelle due forme di desiderio e di misurarne l’attività attraverso l’utilizzo della risonanza magnetica funzionale.

La ricerca ha dimostrato che l’isolamento causa un desiderio di socialità simile, dal punto di vista dell’attività cerebrale, così come il digiuno causa la fame, e questi due desideri condividono in parte le stesse aree neuronali. Le interazioni sociali, dunque, sono tra i bisogni essenziali delle persone e sono degli elementi assolutamente necessari al nostro cervello, che si nutre di affetto, amicizia, rapporti umani.

Esiste una spiegazione scientifica di tutto ciò: un incontro piacevole, una festa con amici o un qualsiasi momento di piacere o di felicità portano a un rilascio di endorfine che abbassano il cortisolo e l’infiammazione e, in particolare, regolano l’umore.

Alla fine del secolo scorso Robin Dunbar ha sostenuto che il cervello umano si sia ingrandito per affrontare la complessità della vita sociale e parlò per la prima volta di “cervello sociale”, e cioè l’idea che il cervello è un organo modellato dall’esperienza vissuta in società.

Fenomeni sociali sempre più frequenti sono gli “hikikomori”, adolescenti o giovani adulti. La vita di queste persone hikikomori si svolge all’interno della loro casa o camera da letto. Le uniche interazioni con l’esterno avvengono attraverso internet, attraverso l’utilizzo di chat, social network e videogame.

Gli hikikomori sono caratterizzati dal fatto di evitare qualsiasi tipo di relazione e comunicazione diretta con altri individui e ciò può provocare sindromi patologiche. Altro fenomeno analogo è stato definito “barbonismo domestico”, in genere anziani o adulti, che si isolano dalla società e si chiudono in casa evitando rapporti sociali, in seguito a perdite e/o rotture familiari o ad autoisolamento.

Le interazioni sociali, come quelle offerte dai social e dai messaggi tipo WhatsApp o simili, sono immediate, ma spesso mancano della profondità delle relazioni faccia a faccia. La mancanza di contatto visivo e vocale si accompagna spesso a una mancanza di empatia e comprensione e non è paragonabile con gli incontri, i colloqui e le relazioni dirette.

L’epidemia di isolamento si intreccia dunque con la crescente diffusione della tecnologia.

Jonathan Haidt, professore alla Stern School of Business della New York University, in una sua opera pubblicata nel 2024, spiega come la perdita di indipendenza e del gioco libero, unita a una infanzia completamente legata agli schermi, abbia contribuito a un aumento di ansia, depressione e isolamento sociale negli adolescenti.

La solitudine purtroppo è una malattia sempre più frequente, presente prevalentemente tra giovani e anziani e la situazione in Italia è preoccupante, con una percentuale di oltre il doppio del Regno Unito.

Tante persone che assumono giornalmente farmaci antidepressivi sono ammalate di solitudine e desiderose di comunicazione. Spesso la vera medicina, quando si è soli, consiste nell’incontrare qualcuno che ti dia tempo, che ti ascolti in silenzio senza giudicare o trovare delle soluzioni al dolore. A volte, uno sguardo di comprensione o una carezza possono ritemprare il morale e divenire una vera e propria cura fisica e mentale.