Libertà e fede

Libertà e fede

Manuela Crepaz

Capire i giovani senza raccontarli per stereotipi, ma ascoltando chi li frequenta, li interroga e da anni dialoga con loro. È da qui che nasce questa conversazione con Alberto Ravagnani, già noto come “prete influencer”, oggi fuori dal ministero ma ancora voce ascoltata da migliaia di persone. Abbiamo voluto parlare di nuove generazioni con chi se ne intende, ma il dialogo si è allargato presto ai grandi temi del nostro tempo: libertà, servizio, crisi delle istituzioni religiose, ricerca spirituale, rapporto tra fede e società secolarizzata. Ravagnani riflette sulla sua scelta di lasciare il sacerdozio senza rinunciare a proporre il cristianesimo in forme nuove, difende i giovani da letture superficiali e rilancia una convinzione controcorrente: la libertà comincia quando si smette di vivere secondo le aspettative altrui. Ne esce un colloquio che parte da una vicenda personale, ma tocca questioni che riguardano tutti.

Alberto, come si presenta oggi?

«Direi questo: sono un ex prete che sta provando adesso, nella sua nuova vita, a trovare dei modi nuovi per vivere e proporre il cristianesimo in una società secolarizzata che fatica a vivere la fede dentro dei contesti religiosi tradizionali».

Che cosa le ha insegnato l’addio al sacerdozio sulla costruzione dell’identità?

«Bisogna prendere molto sul serio la propria libertà. L’ho fatto scegliendo il seminario a 19 anni e, nel febbraio scorso, scegliendo di lasciare il ministero. In entrambi i casi ho seguito ciò che sentivo a livello emotivo e razionale, nonostante attorno a me avessi persone che non stavano capendo le mie scelte. Ero un prete famoso, di successo, eppure sentivo che dovevo cambiare».

Perché?

«Perché dovevo essere vero, perché avrei rischiato altrimenti di vivere una vita a metà e non desidero farlo».

Quanto è difficile davvero essere liberi fino in fondo?

«È difficilissimo. Però è la sfida della vita: occorre essere disposti a perdere la propria reputazione. Perché altrimenti il gioco della vita diventa il gioco delle attese. Significa corrispondere all’attesa degli altri e fare quello che gli altri si aspettano da noi: i genitori, la società, le persone che abbiamo accanto. Non vuol dire che le attese degli altri su di noi siano per forza sbagliate. I genitori vogliono bene ai figli, però non possono pensare che la loro volontà possa sovrapporsi alla loro. I figli sono delle entità diverse e quindi i figli devono osare essere se stessi. E questo vuol dire inevitabilmente deludere le aspettative di chi è accanto. E quando tu poi deludi le aspettative di chi è accanto, quando tu poi sei disposto a perdere la tua reputazione, allora diventi veramente libero di dire quello che pensi e di essere quello che sei. E sperimenti, diciamo così, l’ebbrezza della libertà: senti che fa attrito su di te come quando salti da uno scoglio e ti tuffi in mare: senti vertigine, senso di risucchio allo stomaco, trepidazione… ecco, è questo il gioco della vita, secondo me».

Cosa sottovalutano gli adulti delle nuove generazioni?

«In questa fase della mia vita sto capendo che i giovani sono molto meglio di come spesso li raccontiamo. Basta guardare alle istanze positive che portano: uguaglianza sociale, libertà, parità di genere, inclusione delle differenze, città più giuste e accoglienti, relazioni più eque, condivisione di spazi e tempi. I problemi più drammatici di oggi partono dagli adulti, non certo dai giovani. Certo, a ogni generazione si ripete una retorica paternalistica. Ma oggi c’è un elemento nuovo: non era mai accaduto che convivessero così tante generazioni diverse. Tra poco saranno cinque o sei nello stesso tempo. Un ragazzo della generazione Alpha vive, pensa e percepisce la realtà in modo molto diverso da sua nonna: la tecnologia che usa cambia anche il suo modo di stare al mondo. Se ha una domanda, chiede a ChatGpt e ottiene subito una risposta: per le generazioni precedenti era impensabile. Questo crea un abisso tra adulti e giovani, ma può essere un abisso pieno di risorse. Gli adulti possono sentirsi spaesati e chiedersi: “Chi sono questi? Perché si comportano così?”. Oppure possono guardare con curiosità a ciò che i giovani portano: quali istanze di bene, di progresso, di futuro possiamo cogliere grazie a loro? Credo che proprio questa distanza, oggi, possa diventare una grande occasione».

Perché oggi la Chiesa fatica a offrire un’esperienza spirituale forte?

«Paola Bignardi, che studia il rapporto tra fede e nuove generazioni, dice una cosa molto vera: i ragazzi non lasciano la Chiesa perché sono contro la Chiesa, ma perché non trovano motivi per restarci. Quando ero prete, di ragazzi in Chiesa ne ho portati tanti. Ma il punto non è portarceli: è che cosa trovano. Se un ragazzo, dentro una parrocchia, un oratorio, una comunità, trova qualcosa di buono per la propria vita — amici veri, accoglienza, una casa, la possibilità di ascoltare la propria interiorità, di rispondere a domande di senso, di condividere la vita con altri — allora può scegliere anche quello spazio. Ma oggi la religione è una proposta tra le tante. I ragazzi non ci vanno perché “bisogna”: ci vanno solo se ne vale la pena».

Che cosa direbbe a un ventenne e a un settantenne sul senso del servizio?

«A un ventenne direi che il servizio agli altri è il modo migliore per tirare fuori se stesso, la propria umanità. La nostra identità è fatta di relazioni: genitori, amici, persone che incontriamo. Nel servizio la relazione con l’altro, anche con chi non conosciamo e non può darci nulla in cambio, viene messa al primo posto. È la forma più libera e gratuita della relazione. E proprio questa gratuità ci libera: dall’egoismo, dal bisogno di successo, dall’idea di dover costruire la nostra torre di Babele personale per arrivare primi, salvo poi scoprire di essere soli. Oggi, soprattutto in Occidente, le esperienze di gratuità sono sempre più rare e preziose. Io sono cresciuto in oratorio e credo che il valore più bello di quell’esperienza sia proprio questo: offrire ai giovani la possibilità di sperimentare la gratuità, prima che tutto diventi lavoro, affitto, denaro, prestazione.

A un settantenne direi invece che, attraverso il servizio, può onorare tutta la vita che ha vissuto. Può donare agli altri l’umanità costruita in settant’anni: sorrisi, parole, calore umano, saggezza, presenza, ricordi. Il contributo che hai dato alla vita lo onori fino in fondo quando decidi di spenderlo gratuitamente per gli altri».

Chi è o cos’è Dio?

«È una domanda complicatissima. La risposta “giusta” della teologia la conosco, ma in questa fase della vita provo a chiedermelo in modo più libero. E sto scoprendo che Dio è molto più vicino di quanto pensiamo, che il divino abita dentro tutte le cose e che la realtà stessa può essere, in qualche modo, manifestazione del divino. Questo porta con sé una grande responsabilità: se anche noi partecipiamo di questa realtà, allora non c’è un Dio interventista che dall’esterno entra nelle nostre vicende e le scompagina a suo piacimento. Siamo noi, illuminati da dentro, a dover agire secondo la volontà di Dio. Questo cambio di prospettiva mi sta aiutando a guardare in modo nuovo me stesso, gli altri e anche i contenuti della mia fede».

Dai libri al teatro, perché crede ancora nella forza delle parole?

«Ci credo perché le parole, quando sono vere, restano. Più dei video. Nei libri “La tua vita e la mia”, “Dopo la festa” e “La scelta” ho trovato uno spazio per dire cose più profonde e arrivare in modo intimo ai lettori. I feedback, soprattutto dei giovani, mi hanno confermato che un libro può ancora toccare, persino cambiare una prospettiva. Leggiamo ancora, sì, se ne vale la pena. Anche il teatro nasce da qui. Con lo spettacolo “Una scelta” porto in scena un tema universale: le decisioni che cambiano la vita. Mi interessa il teatro perché aggiunge qualcosa che né i libri né i social possono dare fino in fondo: l’incontro umano, diretto, non filtrato. In fondo video, libri e palcoscenico sono tre modi diversi di cercare la stessa cosa: entrare in relazione vera con le persone».

Che cosa vorrebbe fosse compreso della sua scelta, al di là dei giudizi?

«So che sulla mia scelta possono esserci opinioni molto diverse, ed è normale. Però credo che prima di giudicare una persona bisognerebbe provare a capire. Dietro ogni scelta c’è una storia, una ragione, una domanda da porsi: perché quella persona ha fatto questo? Da dove viene quel gesto? Che cosa l’ha spinta? Rispetto alla mia scelta ho ricevuto anche critiche e condanne da parte di chi, secondo me, non ne ha compreso il senso profondo. A me non interessa tanto difendermi. Mi interessa che si discutano le questioni che questa scelta porta con sé: la Chiesa, l’istituzione, la libertà, il rapporto con i giovani, la secolarizzazione. Si può essere d’accordo o no con la mia decisione personale, ma vorrei che ci fosse più capacità di comprensione e meno fretta di giudicare».