Giulietta Bascioni Brattini
Il professor Matteo Bassetti riflette in questa intervista sui grandi temi della sanità moderna: la fiducia nella scienza, la prevenzione, la lotta alle fake news, le sfide globali della salute pubblica e l’impatto delle nuove tecnologie.
Un dialogo che mette al centro un principio fondamentale: la cura come responsabilità condivisa, scientifica e umana.
Professore, lei è uno dei volti più noti della sanità italiana. Nel suo ultimo libro, “Essere medico”, scrive che la medicina non è solo tecnica, ma soprattutto empatia, ascolto e vicinanza umana: un vero e proprio manifesto sul significato del “prendersi cura”. Chi è Matteo Bassetti lontano dalle telecamere e quando ha capito, come racconta anche nelle pagine del suo libro, che prendersi cura degli altri sarebbe diventato il centro della sua vita?
«Mi ritengo una persona fortunata, perché fin da bambino ho sempre desiderato fare il medico; non ho mai avuto dubbi su cosa volessi diventare da grande. Ho avuto la possibilità di unire una passione personale a una professione: questo significa svegliarmi ogni mattina per fare ciò che amo, al punto che per me non è quasi un lavoro. Ed è proprio questo il messaggio che ho voluto trasmettere nel libro: l’essenza della nostra professione sta nel recupero del rapporto umano e dell’empatia con il paziente. Questa passione viene da lontano: in famiglia si è sempre respirata medicina, dato che mio padre è stato prima pediatra e poi infettivologo. È una tradizione che porto avanti con grande orgoglio e che ha plasmato fin dall’inizio la mia visione della sanità».
Cosa significa oggi per un medico essere esposto al giudizio pubblico? E cosa direbbe a un giovane collega che ha paura di esporsi?
«Viviamo in un contesto in cui spesso si fatica a riconoscere il merito. Quando qualcuno emerge, si cercano spiegazioni alternative invece di valorizzare il lavoro svolto. Esporsi significa accettare anche critiche ingiuste. Io affronto le situazioni più gravi con gli strumenti legali, ma ai giovani colleghi dico di non lasciarsi condizionare: per ogni voce negativa ce ne sono moltissime che riconoscono il valore del lavoro medico».
Dopo il Covid, la fiducia nella scienza è cresciuta o diminuita?
«La battaglia contro il virus è stata vinta dalla scienza, che in tempi rapidissimi è riuscita a sviluppare vaccini e terapie efficaci. Probabilmente, però, il mondo scientifico non è sempre riuscito a comunicare in modo adeguato questa vittoria. Negli ultimi anni, alcune componenti del dibattito pubblico hanno contribuito a diffondere posizioni antiscientifiche o anti-vaccinali, alimentando confusione e polarizzazione. La scienza si fonda sul metodo scientifico e sulle evidenze; la politica, inevitabilmente, tiene conto anche del consenso. Ma non esiste un’alternativa alla scienza: le istituzioni devono ascoltarla, perché i benefici delle sue scoperte ricadono su tutti, anche su chi inizialmente le mette in discussione».
Quanto pesano oggi fake news e cattiva informazione in ambito sanitario?
«Pesano ancora moltissimo. I social media hanno amplificato la diffusione di informazioni non verificate, spesso senza alcun filtro.
Per questo medici e ricercatori devono essere presenti anche nella comunicazione pubblica: se non lo facciamo noi, lo spazio viene occupato da chi non ha competenze scientifiche».
Perché è ancora così difficile costruire una vera cultura della prevenzione?
«Perché esiste ancora una parte della popolazione che diffida del progresso scientifico, dei vaccini e della prevenzione stessa. Assistiamo a un fenomeno di crescente disorientamento culturale, in cui alcune persone tendono a preferire rimedi non supportati da evidenze scientifiche piuttosto che la medicina basata sull’evidenza. Ma il problema è anche organizzativo. La prevenzione non nasce spontaneamente: va promossa, accompagnata e resa accessibile. Il sistema sanitario dovrebbe essere più proattivo, ad esempio attraverso richiami attivi per screening e controlli. Chi investe in prevenzione vive mediamente più a lungo e in condizioni di salute migliori, ma questa consapevolezza non è ancora sufficientemente diffusa».
Lei collabora con Onu e Unesco. Qual è la frontiera più urgente della salute pubblica globale su cui una rete come i Lions club può dare un contributo concreto?
«La grande sfida globale è ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure, ai vaccini e alla prevenzione. Oggi esistono Paesi con aspettative di vita altissime e altri in cui la mortalità infantile resta ancora drammaticamente elevata. Garantire pari opportunità sanitarie a oltre otto miliardi di persone rappresenta una delle priorità assolute a livello mondiale. Nel nostro contesto occidentale, però, serve soprattutto uno sforzo culturale. Organizzazioni come Lions International possono dare un contributo importante nella divulgazione e nell’educazione: alimentazione corretta, salute sessuale, cultura della prevenzione e promozione del metodo scientifico. La vera sfida, oggi, è soprattutto educativa».
L’antibiotico-resistenza è una “pandemia silenziosa”. Come spiegarla in modo semplice?
«Gli antibiotici sono stati una delle più grandi rivoluzioni della medicina: prima della seconda guerra mondiale molte infezioni, anche banali, potevano essere mortali. Con il loro arrivo la mortalità è crollata, ma si è diffusa anche l’idea sbagliata che servano per qualsiasi infezione o febbre. In realtà gli antibiotici funzionano solo contro i batteri, non contro i virus come l’influenza o la maggior parte delle bronchiti. Il loro uso non sempre appropriato ha contribuito a un problema serio: alcuni batteri, grazie a mutazioni casuali e alla selezione naturale, sono diventati resistenti ai farmaci. Oggi questo significa che infezioni un tempo facilmente curabili possono diventare difficili da trattare. Per questo è fondamentale usare gli antibiotici solo quando necessari e prescritti dal medico, seguendo sempre dosi e durata indicate. L’uso corretto è essenziale anche per limitare la diffusione delle resistenze».
Cambiamento climatico e salute: malattie come dengue, West Nile o Ebola diventeranno più frequenti?
«Il mondo è sempre più interconnesso e, insieme alle persone, si spostano anche virus e vettori come le zanzare. I cambiamenti climatici stanno modificando il nostro ecosistema e rendendo più frequenti malattie che un tempo consideravamo lontane. Non serve allarmismo, ma preparazione: bisogna investire in prevenzione, monitoraggio e capacità di risposta. Accanto alle sfide sanitarie esistono però anche fragilità sociali. Molti giovani crescono in una società che tende a proteggerli eccessivamente, rendendoli meno preparati ad affrontare le difficoltà. Invece la vita è fatta anche di cadute e bisogna imparare a rialzarsi. Educare alla resilienza sarà fondamentale».
Quali innovazioni cambieranno la medicina nei prossimi dieci anni?
«Tra tutte le innovazioni, credo che tre cambieranno davvero la vita dei pazienti. La prima è l’intelligenza artificiale, che è già un alleato quotidiano dei medici: dagli esami del sangue che segnalano valori anomali fino ai sistemi che oggi supportano radiologia, dermatologia e refertazione. L’IA ci libera tempo per ciò che nessuna macchina può fare: la relazione umana con il paziente. La seconda è la telemedicina, che permette al medico di “entrare” a casa di chiunque, anche dove sarebbe impossibile arrivare fisicamente. Con gli strumenti moderni funziona davvero e amplia l’accesso alle cure. La terza è la diagnostica avanzata: oggi identifichiamo tumori piccolissimi e otteniamo risultati microbiologici in mezz’ora invece che in tre giorni. E poi c’è la chirurgia robotica e a distanza, un’altra applicazione dell’IA che aumenterà precisione e accessibilità. Sono tecnologie diverse, ma tutte vanno nella stessa direzione: migliorare la qualità dell’assistenza e avvicinare di più medico e paziente».
Se volesse lasciare un messaggio ai Lion italiani, quale sarebbe?
«Il messaggio che mi sento di lasciare ai Lion è quello di un uso consapevole di internet e dei social media, imparando a distinguere le informazioni affidabili dalle fake news, soprattutto in ambito sanitario, e mantenendo un rapporto stretto con il mondo scientifico e medico. È importante essere pronti ai cambiamenti che stanno interessando la sanità, sempre più legata alla tecnologia. Non si tratta di una minaccia, ma di una risorsa che deve essere guidata e integrata correttamente all’interno dei percorsi di cura. L’intelligenza artificiale può rappresentare un grande supporto per medici e operatori sanitari, ma non deve mai sostituire il giudizio clinico. Il suo utilizzo corretto è quello a supporto dell’attività professionale. Il rischio maggiore si presenta quando viene utilizzata per autodiagnosi o terapie senza il confronto con uno specialista: in questi casi può diventare uno strumento potenzialmente pericoloso».
La medicina del futuro sarà sempre più tecnologica, ma non potrà mai rinunciare alla sua dimensione umana. Innovazione scientifica e relazione con il paziente non sono elementi in contraddizione, ma parti complementari di uno stesso percorso. Nel pensiero del professor Matteo Bassetti emerge con chiarezza una visione: la scienza non è solo conoscenza, ma responsabilità collettiva. E il “prendersi cura” resta la sua forma più alta e concreta.