REDAZIONE
Traumi che non si vedono, ma segnano emozioni e relazioni. Da 123 anni, Fondazione Asilo Mariuccia accompagna donne, mamme, bambini e adolescenti verso autonomia e fiducia, con un approccio “trauma-informed” che sostituisce il giudizio con la comprensione.
Cosa intende quando parla di “ferite che non si vedono”?
«Sono quelle che abitano la memoria, i pensieri, i legami. È il caso delle donne, delle mamme, dei bambini e dei minori che hanno vissuto violenza e traumi: esperienze che, pur non lasciando cicatrici esteriori, possono segnare profondamente la vita psichica e relazionale. La ricerca scientifica sottolinea come il trauma influisca sulla capacità di gestire le emozioni e di costruire relazioni sicure: un passato difficile può continuare a risuonare nel presente, creando ostacoli ma anche aprendo spazi di intervento e accompagnamento».
In che modo riuscite a trasformare la sofferenza psichica in un percorso di ricostruzione personale?
«Cercando di riconoscere i tratti che segnalano una sofferenza psichica conseguente al trauma e accompagnando ciascuna persona nel proprio percorso di ricostruzione. In alcuni casi, queste difficoltà possono assumere la forma di una condizione di disabilità psichica, temporanea o strutturale, che richiede un’attenzione specifica e un sostegno personalizzato. In ogni situazione, l’obiettivo rimane quello di favorire il recupero del benessere, dell’autonomia e della fiducia in sé, con un impegno quotidiano che intreccia presenza educativa, accompagnamento psicologico e cura relazionale».
Sempre più spesso si parla di approccio “trauma-informed”, un modello che considera il comportamento come espressione di un vissuto e non solo come un problema da correggere.
Cosa significa?
«In altre parole, significa sostituire lo sguardo del giudizio con quello della comprensione. Nelle scuole che hanno adottato questa prospettiva, gli studi documentano miglioramenti nel clima di classe, nelle relazioni tra pari e nella resilienza dei ragazzi. È un segnale importante: la sofferenza non è un destino immutabile, ma un terreno sul quale costruire nuove possibilità. È l’impegno quotidiano che viviamo con le e gli ospiti di Fondazione Asilo Mariuccia. Si tratta di circa 250 persone che hanno accesso a un supporto professionale che le accompagna nel superamento del disagio psichico e nella riconquista della propria autonomia».
Un capitolo speciale riguarda le mamme: numerosi studi hanno evidenziato il legame tra la loro salute psichica e il benessere dei figli.
«Esatto. In condizioni di fragilità familiare, i bambini possono essere più vulnerabili, ma al tempo stesso la maternità può diventare una risorsa preziosa. Gruppi di sostegno, pratiche di consapevolezza e reti comunitarie hanno mostrato di rafforzare l’autostima materna, trasformando i figli in una leva per il cambiamento: un motivo per prendersi cura di sé, per ricostruire fiducia e resilienza».
E per quanto riguarda gli adolescenti?
«Per gli adolescenti, la giovane età resta una risorsa decisiva. La plasticità del loro cervello e il loro bisogno di relazioni possono rendere più efficace l’intervento educativo. Accompagnati da adulti significativi, i ragazzi possono trasformare esperienze difficili in occasioni di crescita, rafforzando le proprie competenze socio-emotive e le loro capacità professionali».
Quanto contano i piccoli progressi nel percorso di resilienza e cosa vi insegna la lunga storia della Fondazione in questo impegno?
«La letteratura internazionale ci invita a non dimenticare questo spazio di speranza. Piccoli progressi, come imparare a condividere un’emozione, sentirsi ascoltati o ristabilire un rapporto più sereno, costituiscono tappe fondamentali in un cammino di resilienza. Il trauma e la sofferenza psichica restano sfide complesse, ma non invalicabili. È nella qualità delle relazioni, nel sostegno educativo e comunitario che si apre la possibilità di trasformare il dolore in un nuovo inizio. È una sfida che Fondazione Asilo Mariuccia affronta da 123 anni: a noi piace pensarla come un’istituzione di speranza».