GIULIETTA BASCIONI BRATTINI
Don Luigi Ciotti rappresenta una delle voci più autorevoli e coerenti nel promuovere giustizia sociale, legalità, diritti umani e impegno civile. Attraverso il Gruppo “Abele” e “Libera”, ha dato voce a chi non ne ha, sostenendo con passione e determinazione le lotte per la dignità contro ogni forma di emarginazione, violenza e disuguaglianza. La sua idea di pace è concreta, radicata nell’azione quotidiana, nell’ascolto sincero, nella vicinanza autentica e nella responsabilità condivisa.
In questo dialogo, Don Ciotti ci offre riflessioni profonde su temi essenziali: il significato autentico della pace, il ruolo insostituibile della comunità, la forza delle nuove generazioni, l’inclusione delle persone più fragili e l’importanza di un rapporto saldo tra società civile e istituzioni.
Il 13 ottobre 2025 ha segnato una prima ma significativa apertura verso la distensione in Medio Oriente: liberazione di ostaggi, cessate il fuoco e segnali di dialogo. Questi eventi testimoniano che la pace, pur complessa, è un percorso possibile. Don Ciotti, lei afferma che “la pace non è un’utopia, ma un processo da coltivare giorno dopo giorno”. Quali azioni concrete suggerisce a persone e comunità per contribuire a questo cammino, oltre le sfide della politica internazionale?
«Purtroppo, la parola “pace”, per quanto riguarda la situazione a Gaza, non sembra calzante. Possiamo parlare al massimo di una “tregua armata”, fondata su rapporti di forza e di affari. Oggi, le manovre speculative sulla ricostruzione preannunciano lauti guadagni per chi, fino a ieri, era impegnato a distruggere. Ecco, la pace è un’altra cosa.
Senza un ragionamento profondo sulle cause strutturali del conflitto e senza un dialogo che parta dalle sofferenze reciprocamente inflitte, nessuna pace può realizzarsi e durare. Vediamo due popoli feriti e spaventati: la tregua reggerà solo iniziando a curare le lacerazioni prodotte in ottant’anni di contrapposizioni e violenze.
Per questo anche noi, spettatori esterni, non possiamo dirci equi-distanti dalle parti in lotta, ma equi-vicini a chi ha sofferto e soffre.
Coltivare la pace significa sì mediare i conflitti, ma soprattutto imparare a prevenirli. Significa darsi da fare per la giustizia sociale, perché dove ci sono povertà, marginalità e vuoti culturali, è molto più semplice che attecchiscano l’odio e la violenza. Significa educare alle relazioni, proteggere la democrazia, l’informazione libera, i diritti fondamentali».
La recente tregua in Medio Oriente rappresenta un barlume di speranza in un contesto fragile. Come interpreta questi segnali? Quale ruolo può svolgere l’Europa, e in particolare l’Italia, nella promozione di processi reali di pace e riconciliazione?
«Ha detto Papa Leone XIII: “Come è possibile che ci sia pace in un mondo che si affida alla legge del più forte e del più ricco, a scapito del diritto internazionale?”.
Sinceramente mi aspetto poco dall’Italia e dall’Europa, come attori istituzionali in un processo di pacificazione reale del Medio Oriente. Un continente che oggi parla soprattutto di riarmo, mentre combatte già una “guerra” spietata contro migliaia di persone inermi che cercano di varcare i suoi confini, che credibilità può avere come garante della pace altrove?
Diverso se parliamo della società civile, che già si è mossa in modo generoso in questi due anni di guerra, e in certi casi operava in Palestina da molto prima.
Ci sono tantissimi progetti umanitari e culturali nonviolenti che, anche grazie alla presenza di attivisti occidentali, alleviano il dolore della popolazione e facilitano un dialogo fra i gruppi di palestinesi e israeliani che ancora sperano in un futuro di pace, fondato sul riconoscimento delle reciproche identità e sofferenze».
Nei suoi interventi pone sempre l’accento sul “noi”, sul valore della comunità rispetto all’“io”. Perché la solidarietà collettiva è essenziale nella lotta contro la povertà educativa e l’emarginazione sociale?
«La parola “solidarietà” è bella, ma si presta a un grande equivoco: credere che l’ingiustizia sia un problema irrisolvibile, e dunque tocchi alla “buona volontà” dei singoli andare a sanare le situazioni di malessere che l’ingiustizia produce.
Parlare del “noi” come motore del cambiamento significa tutto il contrario!
Proprio perché siamo una collettività, un’unica famiglia umana, ciò che deve spingerci ad aiutare chi sta male non è tanto la solidarietà quanto la responsabilità.
Cioè la consapevolezza che il mio bene è strettamente legato al bene comune, e finché ci sarà anche una sola persona privata dei suoi diritti, ridotta in povertà, sfruttata, emarginata, abbandonata alla malattia, fisica o psichica… finché, insomma, ci sarà ingiustizia intorno a me, anche io sarò minacciato nella mia libertà e dignità».
La sua fiducia nelle nuove generazioni è un segno di speranza concreta. In che modo i giovani possono contribuire a costruire una società più giusta, inclusiva e pacifica?
«Il dialogo fra le generazioni è fondamentale, ma spesso siamo noi persone più anziane a imparare dai giovani, anziché il contrario.
Io ho la fortuna di incontrarne tantissimi nelle scuole e in altri contesti in tutta Italia, ad esempio i campi estivi di Libera sui beni confiscati alle mafie. Vedo la loro energia, la loro consapevolezza rispetto a problemi che tanti adulti tendono invece a minimizzare, come quelli legati alla crisi ambientale.
A loro dico sempre: continuate a studiare, perché conoscere è il primo passo per cambiare!
E poi raccomando di occuparsi dei temi “macro”, senza distogliere l’attenzione dal “micro”, dalle sofferenze della “porta accanto”.
La società più giusta inizia dalla capacità di tendere una mano verso il compagno bullizzato, o che manifesta il suo disagio in modo silenzioso, attraverso l’isolamento o un disturbo alimentare.
Se mi accorgo del mio “prossimo”, un domani potrò portare aiuto anche in situazioni lontane».
Lei ha più volte sottolineato l’importanza di un’inclusione autentica. Qual è la sua visione di una società capace di garantire pari dignità e diritti a tutte le persone, dando particolare attenzione alle fragilità?
«Non ho una mia visione, semplicemente immagino una società responsabile secondo il modello descritto nella nostra stupenda Costituzione.
In quegli articoli c’è già tutto: la libertà, l’uguaglianza, la necessità dello Stato di intervenire per correggere le situazioni di svantaggio, la mutualità, il rifiuto della guerra.
Se fossimo capaci di trasformare quei principi “di carta” in una realtà “di carne”, fatta di impegno individuale ma anche di investimento pubblico, i diritti sarebbero automaticamente tutelati, e organizzazioni come le mafie si vedrebbero crollare il terreno sotto i piedi.
Ma le leggi, anche le più perfette, non bastano quando manca l’etica!
E il nostro Paese, purtroppo, è pieno di gente che si riempie la bocca di moralità, ma poi non paga le tasse, fa lavorare le persone in nero e crede che la dignità umana valga soltanto per chi se la può permettere».
In un tempo segnato da crisi e complessità, come rafforzare il legame tra società civile e istituzioni per contrastare disuguaglianze, promuovere legalità e diffondere fiducia?
«Sia il Gruppo Abele sia Libera hanno progetti in collaborazione con gli enti pubblici, ad esempio per giovani dipendenti dalle droghe, donne vittime di violenza, famiglie impoverite o nuclei familiari in fuga dai contesti mafiosi d’origine.
Quando la società civile e le istituzioni stringono dei patti per mettere in comune competenze e risorse, si riescono a realizzare cose molto belle.
Però si tratta di legami oggi insufficienti, che andrebbero potenziati e finanziati con maggiore continuità, per intercettare tutti i bisogni e le situazioni di fragilità.
Purtroppo, sia negli enti pubblici sia nel Terzo settore, non tutti sono ugualmente onesti e volenterosi.
Eppure scommettere sulla rete funziona! Ne ho viste tante crescere in questi anni, non soltanto in Italia ma persino in territori difficili come l’Africa o l’America Latina».
Un sentito ringraziamento a Don Luigi Ciotti per aver condiviso con i lettori di Lion una testimonianza così intensa e una visione di impegno che va oltre le parole per tradursi in azioni capaci di trasformare la società. La Sua figura resta un faro morale e civile, un esempio tangibile di come il servizio agli altri possa essere il motore autentico del cambiamento sociale e personale.