I pilastri: rispetto e speranza 

I pilastri: rispetto e speranza 

Maria Rosaria Pirro Titomanlio

Il linguaggio è un organismo vivo. Alcune parole, più di altre, portano con sé il peso e la nobiltà dell’esperienza umana. Tra queste, “rispetto” e “speranza” si ergono come pilastri del vivere civile e della crescita interiore. La prima è stata scelta dall’Enciclopedia Treccani per la campagna “Le parole valgono”, la seconda da papa Francesco per il Giubileo. Analizzarle significa anche esplorarne la portata filosofica, sociale ed esistenziale.

Il rispetto promuove l’armonia

Il Dizionario Treccani definisce il rispetto come “sentimento e atteggiamento di stima, attenzione, riguardo verso una persona, un’istituzione, una cultura”. La parola affonda le radici nel latino respectus, “guardare indietro” o “avere riguardo”: un richiamo alla considerazione dell’altro, al riconoscimento della sua dignità.

Oggi, in un contesto di polarizzazione e odio online, di violenze contro le donne, le minoranze e la diversità, il rispetto rappresenta la nostra risposta. È il cuore della resistenza a queste spinte disgreganti. Anche la sfida ecologica si fonda sul rispetto: tutelare il pianeta implica scelte consapevoli, nel riconoscimento del legame inscindibile tra essere umano e ambiente.

Il rispetto è anche verso sé stessi: riconoscere i propri limiti, le proprie aspirazioni, è il primo passo per una vita autentica. È il fondamento delle relazioni sane e della convivenza civile. Come affermava Kant, dobbiamo trattare ogni essere umano sempre come un fine, mai come mezzo.

La speranza come spinta vitale

Se il rispetto è la base dell’armonia, la speranza è la forza che ci proietta verso il domani. Dal latino sperare, “attendere con fiducia”, la speranza nasce nella precarietà, ma si nutre della fiducia. “Spes non confundit”: la speranza non delude.

Papa Francesco la proponeva come impegno attivo verso il futuro: non attesa passiva, ma fiamma che accende il cambiamento. La speranza, diceva Nietzsche, è capace di «illuminare le nostre vite». Ci libera dalla prigionia del presente e stimola la nostra capacità di immaginare e agire. Benedetto XVI, nell’enciclica Spe Salvi, la definisce “virtù performativa”, capace cioè di produrre fatti. È l’antidoto al cinismo: come afferma Ernst Bloch, è il cuore dell’utopia, la capacità di costruire un futuro più giusto.

Un dialogo indissolubile

Rispetto e speranza si intrecciano. Non c’è speranza autentica senza rispetto: ogni progetto di futuro si fonda sul riconoscimento della dignità umana. Allo stesso tempo, solo chi spera in un mondo migliore si impegna per trattare gli altri con cura.

Coltivare rispetto e speranza significa costruire ponti, ascoltare, agire. In un’epoca segnata dall’incertezza, queste due parole restano fari che guidano l’umanità. Oggi più che mai, con l’avanzare di tecnologie che sfiorano la creazione artificiale di esseri umani – come testimoniano i progetti di Elon Musk e altri imprenditori della Silicon Valley – dobbiamo riscoprire l’umanità.

Non diventiamo macchine: le macchine non conoscono “l’amor che move il sole e le altre stelle”.