Di Giulietta Bascioni Brattini
Dalla pandemia alla diffusione delle fake news, la fiducia nella scienza è diventata un tema cruciale e delicato. Con il virologo Roberto Burioni esploriamo il ruolo della comunicazione scientifica e la necessità di ricostruire un dialogo solido tra ricerca e società. La sua esperienza nella divulgazione offre una prospettiva preziosa su come orientarsi in un panorama informativo complesso. Allo stesso tempo, il lavoro quotidiano dei Lion nelle comunità mostra come educazione, prevenzione e solidarietà possano trasformare la conoscenza in strumenti concreti di crescita: corsi, incontri pubblici, campagne di sensibilizzazione e iniziative a supporto di scuole, famiglie e cittadini.
Negli ultimi anni la scienza è entrata con forza nel dibattito pubblico, rivelando la sua centralità ma anche la fragilità del rapporto con cittadini e istituzioni. In un ecosistema dominato dai social network, notizie non verificate e interpretazioni distorte si diffondono rapidamente, rendendo cruciale una comunicazione scientifica chiara e affidabile.
Le azioni dei Lions club (screening sanitari, progetti scolastici, campagne informative e sostegno a ospedali e centri di ricerca) mostrano come la scienza possa diventare un bene condiviso e generativo.
Professore, perché oggi comunicare la scienza è così complesso?
«Perché la scienza, per sua natura, è complessa, prudente, lenta quando serve e sempre provvisoria. La comunicazione pubblica, invece, premia spesso il messaggio semplice, immediato, emotivo. Il problema nasce lì: la scienza dice “questo è ciò che sappiamo oggi, con questi limiti”, mentre il dibattito pubblico preferisce frasi assolute, possibilmente gridate. E poi c’è un altro elemento: oggi chiunque può parlare a milioni di persone, ma parlare non significa sapere. La democrazia consente a tutti di esprimersi; la realtà, però, non diventa democratica per alzata di mano. Un virus non cambia comportamento perché qualcuno ha un’opinione diversa».
La pandemia ha portato la ricerca scientifica al centro della vita quotidiana di milioni di persone. Qual è la lezione più importante da conservare?
«La lezione più importante è che la scienza non è un oracolo: è il miglior strumento che abbiamo per avvicinarci alla verità. Non offre magie, non promette infallibilità, ma corregge i propri errori e migliora continuamente le proprie risposte. Durante la pandemia molti hanno scambiato il cambiamento delle indicazioni per debolezza. È il contrario: quando arrivano dati nuovi, una comunità scientifica seria aggiorna le conclusioni. Questo non è un difetto. Questo è il metodo scientifico. E infatti proprio quel metodo ci ha portato, in tempi rapidissimi, a vaccini efficaci e a strumenti fondamentali per ridurre i danni».
Quanto incide la disinformazione scientifica, la diffusione delle fake news sulla salute pubblica?
«Incide moltissimo, perché la disinformazione in sanità non è una sciocchezza innocua: può tradursi in malattie, ricoveri, morti evitabili. Una fake news sulla salute non resta su uno schermo: entra nelle case, altera i comportamenti, semina sfiducia verso i medici, verso i vaccini, verso le cure efficaci. Il punto è molto semplice: nessuno accetterebbe di salire su un aereo progettato da un sedicente ingegnere che “ha letto molto su Internet”. Però troppi sono disposti ad affidare la propria salute a persone prive di competenze. E questo è un problema enorme».
Lei interviene direttamente nel dibattito pubblico. Qual è la responsabilità degli scienziati verso la società?
«Gli scienziati hanno una responsabilità precisa: dire la verità nel modo più chiaro possibile. Non devono cercare applausi, non devono accarezzare i pregiudizi, non devono trasformare la scienza in propaganda. Devono spiegare ciò che si sa, ciò che non si sa e ciò che è falso. E quando una menzogna mette in pericolo la salute pubblica, non basta un garbato dissenso: bisogna contrastarla con decisione. Perché dall’altra parte non c’è un innocuo dibattito accademico; spesso ci sono persone che rischiano di prendere decisioni dannose per sé e per gli altri».
Quanto è importante l’educazione scientifica nelle scuole?
«È fondamentale. E non soltanto per formare futuri scienziati. Serve a formare cittadini liberi. Una persona che capisce come si valuta una prova, come si distingue un dato da un’opinione, come si riconosce una fonte affidabile è una persona meno manipolabile. La scuola dovrebbe insegnare meglio non solo le nozioni scientifiche, ma anche il metodo: come si ragiona, come si controlla un’affermazione, perché l’evidenza conta più dell’impressione. Senza questa base, la società resta esposta a ogni forma di superstizione travestita da informazione».
Le grandi sfide sanitarie globali richiedono cooperazione internazionale. La comunità scientifica è pronta?
«La comunità scientifica, quando lavora bene, è internazionale per definizione. I virus non conoscono confini e nemmeno la ricerca seria dovrebbe conoscerne. I ricercatori collaborano, condividono dati, confrontano risultati, costruiscono reti. Il problema, semmai, non è la scienza: sono la politica, gli interessi economici, le disuguaglianze tra paesi, la fragilità dei sistemi sanitari. La scienza è pronta a collaborare; il mondo, molto spesso, è meno pronto a tradurre questa collaborazione in decisioni rapide, giuste ed efficaci».
I Lion diffondono cultura scientifica e informazioni corrette. Come possono contribuire?
«Le associazioni come i Lions club possono contribuire in modo molto importante e nel loro caso non parliamo in astratto: parliamo di una realtà che da anni sostiene iniziative concrete nel campo della salute. I Lion, attraverso Lions Clubs International e la Lcif, hanno affiancato campagne vaccinali contro morbillo e rosolia, puntando non solo sul finanziamento, ma anche su un aspetto decisivo: la mobilitazione delle comunità, l’informazione corretta, il coinvolgimento delle famiglie e l’aumento dell’adesione alle vaccinazioni. In questo ambito il loro contributo è stato reale e documentato, con programmi dedicati e milioni di dollari destinati alle attività di sensibilizzazione e supporto alle campagne di immunizzazione. Accanto a questo, i Lion portano avanti anche molte altre iniziative sanitarie serie e strutturate: prevenzione del diabete, screening, educazione alla salute, sostegno ai pazienti oncologici pediatrici, interventi umanitari in contesti fragili. Non si tratta quindi di improvvisare eventi “a tema salute”, ma di inserirsi in una tradizione organizzativa che ha già una credibilità costruita sul campo. Proprio per questo associazioni come i Lions club possono essere un ponte prezioso tra la scienza e i cittadini».
Guardando al futuro: quale sarà la sfida più importante per la scienza?
«Le sfide saranno molte: le nuove pandemie, l’antibiotico-resistenza, l’invecchiamento della popolazione, le disuguaglianze nell’accesso alle cure, l’impatto dei cambiamenti ambientali sulla salute. Ma ce n’è una che le attraversa tutte: riuscire a far convivere progresso scientifico e fiducia pubblica. Perché si possono avere i migliori laboratori del mondo, ma se una parte crescente della popolazione non crede alle prove, rifiuta la prevenzione o si affida ai ciarlatani, anche le conquiste più straordinarie perdono forza. La scienza del futuro non dovrà soltanto scoprire di più: dovrà anche essere difesa meglio».
Roberto Burioni
Roberto Burioni è medico, virologo e professore ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dopo la laurea in Medicina e la specializzazione in Immunologia clinica e Allergologia, ha svolto attività di ricerca presso la Rockefeller University di New York.
Autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali, si occupa di virologia, immunologia e sviluppo di anticorpi monoclonali. È tra i più noti divulgatori italiani e interviene frequentemente nel dibattito pubblico sui temi della salute, dei vaccini e della comunicazione scientifica.