In Iran lo sport non emancipa davvero le donne

In Iran lo sport non emancipa davvero le donne

Di Laura Strada

Alessandra Campedelli è un’allenatrice di pallavolo dal 1998 e per anni, in Italia, ha cercato l’opportunità di affermarsi nelle categorie superiori e non solo in quelle giovanili senza riuscirci, con la grande frustrazione di non trovare spazio in un settore monopolizzato dagli uomini.

Poi, finalmente, la svolta: l’offerta di allenare la Nazionale femminile dell’Iran in qualità di commissario tecnico. Alessandra accetta. Piena di entusiasmo ed energia, il 31 gennaio 2022 arriva a Teheran.

Ha presentato il suo libro “Io posso” durante un evento promosso dal Lions club Trentino-Südtirol Women and Men Together for a Better World.

È un libro che si legge tutto d’un fiato. Campedelli, trentina, è un’allenatrice che crede fermamente nel potere dello sport e ama citare Mandela: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo».

Nel libro Alessandra racconta un periodo della sua vita segnato da due grandi opportunità che non sono andate a segno, ma che le hanno lasciato ricordi indelebili. Pezzi di vita vissuti in paesi lontani, pieni di ombre, dove le donne sono soffocate da divieti, recinti, imposizioni. Donne in gabbia, senza diritti. «Credevo che loro [la Federazione iraniana] volessero un’allenatrice occidentale per aiutare le atlete iraniane a crescere in uno sport molto popolare. Pensavo che il governo volesse concedere più spazio e visibilità alle donne. Pensavo che lo sport potesse essere uno spazio protetto in Iran. Ma mi illudevo. Lo sport non stava aiutando le donne, in realtà si trattava solo di propaganda politica del regime, un’operazione di facciata, una strumentalizzazione».

Il titolo del libro “Io posso” sembra nascere dal confronto tra il suo vissuto di donna occidentale e la realtà delle donne iraniane.

«Come donna occidentale io posso scegliere: scegliere di partire, di restare, di tornare. Lo diamo per scontato. Le ragazze, le atlete che ho incontrato non possono. E mi sono resa conto che anch’io, per quanto istruita e autonoma, in quella cultura “non potevo”, proprio come loro. Mi imbattevo in continui limiti e divieti e nella fatica di ottenere cose per me naturali come un’automobile a mia disposizione, avere le chiavi del campus. Mi sentivo sempre controllata e sola».

Dopo l’esperienza iraniana, nel 2024, lei è andata in Pakistan. A Islamabad era stata chiamata dalla Empower Sport Academy, un’associazione non profit americana, fondata da emigrati pakistani, per seguire anche qui la nazionale femminile di pallavolo.

«Le donne iraniane e pakistane sono molto diverse tra loro. Posto che in entrambi i paesi lo sport si scontra con norme sociali e culturali che limitano le potenzialità delle atlete, le donne iraniane vivono la religione come un’oppressione, mentre le donne pakistane dimostrano di avere un bisogno estremo della religione, che ha a che fare con la loro identità. Hanno meno imposizioni rispetto alle iraniane, ad esempio nel vestire. Io avevo solo due o tre atlete con il velo, le altre avevano scelto di non indossarlo. In Iran le donne devono, per legge, essere coperte. L’hijab è un’imposizione».

Nel giugno 2024 lei ha deciso di non rinnovare il contratto con la Federazione pakistana.

«Mi sono resa conto che creare una squadra competitiva era un ostacolo insormontabile. In Pakistan manca la cultura sportiva e organizzativa. È troppo tardi investire su ragazze che iniziano a giocare a pallavolo a vent’anni. Continuare, per me, sarebbe stato uno spreco di energie e risorse. Si deve investire sulle più piccole».

Di altra natura, invece, sono state le motivazioni di Alessandra nella decisione di andarsene dall’Iran, di non rinnovare più il contratto scaduto. La morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale in strada perché il suo velo non era indossato nel modo corretto, la sua morte, le proteste nelle piazze e la risposta feroce del regime iraniano avevano reso la sua permanenza in Iran difficilissima da sostenere. Preoccupazione, solitudine, sentirsi tagliata fuori dal resto del mondo nella sua cameretta tre metri per tre, con le sbarre alla finestra, senza contatti e notizie, il telefono controllato.

In queste condizioni, frustrata, con un senso di paura crescente, Alessandra ha scelto di tornare in Italia cercando, anche da lontano, di non perdere il contatto con le sue ragazze, costrette a vivere in uno scenario ancora più drammatico di quello che ha conosciuto di persona e di cui è impossibile prevedere la fine.

Il libro finisce con due sconfitte, una montagna di dubbi ed una frase: «L’importante è non restare fermi». E ferma Alessandra non ci sa stare. Parte di nuovo per un’altra esperienza internazionale in un altro continente: l’Africa. Sarà la nuova selezionatrice della nazionale femminile della Tunisia. Un’altra meta, un’altra sfida.