MARIACRISTINA FERRARIO
Silvio Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore italiano, alla soglia dei 98 anni è l’emblema di quella longevità che tutti noi vorremmo raggiungere. Come medico e ricercatore ha sempre messo a disposizione, anche attraverso i media, gli strumenti per concretizzarla. Tuttavia, non siamo solo un corpo che cerca di mantenersi sano, ma individui con sentimenti e una personalità che ci accompagnano nella nostra storia.
Quali aspetti del suo carattere ha cercato di coltivare perché diventassero punti di forza nei momenti difficili?
«Devo premettere di essere stato molto agevolato dall’educazione ricevuta da mio padre, che è stato molto severo nei miei confronti e mi ha aiutato a sviluppare spirito critico. Per esempio, alla fine della guerra, nel 1945 e negli anni successivi, tutti noi più giovani ci vedevamo offrire le sigarette dai colleghi studenti che le avevano ricevute gratuitamente al fronte e io ho sempre rifiutato perché ero stato educato a non dover fare necessariamente quello che facevano tutti i miei compagni e amici. Così è stato per tutta la mia giovinezza, anche per quanto riguardava alcol, droghe e gioco d’azzardo».
Quanto incidono, nel raggiungimento di una lunga vita serena, il periodo storico e la società in cui viviamo?
«Una volta la salute era strettamente legata alla medicina. Oggi dipende da molti fattori, per esempio dal clima in cui viviamo, dall’inquinamento atmosferico cui siamo soggetti, dalle case in cui abitiamo, dalle caratteristiche della famiglia cui apparteniamo, dal grado di cultura che abbiamo acquisito. Tutto questo va considerato se si vuole aumentare la probabilità di una lunga durata di vita. È molto importante avere l’idea che non tutte le malattie piovono dal cielo, perché, in realtà, alcune derivano dai nostri comportamenti. Dobbiamo mettere la prevenzione al centro della nostra attenzione: non dimentichiamoci che abbiamo 4,5 milioni di persone diabetiche di tipo 2, con tutte le complicazioni visive, cardiovascolari e renali che ne derivano e che questo tipo di diabete è una malattia evitabile. Ci preoccupiamo molto dei tumori, ma almeno il 40% di questi è evitabile».
Con che spirito è bene affrontare il nuovo: accogliendolo o rimanendo ancorati alle nostre abitudini?
«Al nuovo bisogna sempre guardare con interesse, ma anche con spirito critico. Le tecnologie sono molto cambiate nel tempo. Da internet ai social media, all’intelligenza artificiale. Occorre tenere presente che non c’è mai nulla di neutro, ogni tecnologia può essere utilizzata per interessi ideologici o economici. È perciò molto importante essere sempre attenti e utilizzare capacità di difesa. Da questo punto di vista in Italia abbiamo molte carenze. Manca una scuola superiore di sanità in cui formare i dirigenti del Ssn, come pure nella nostra scuola di tutti i livelli e gradi non esiste un insegnamento alla salute, anche se basterebbe un giorno a settimana, svolto da persone preparate, per aumentare la cultura».
Lei è un uomo di scienza: quanto sono importanti, per vivere bene e a lungo, lo sviluppo della nostra parte emotiva e dell’empatia?
«Certamente l’empatia è una dote richiesta a chi si occupa di attività che influenzano la vita di altri, ma non è solo spontanea e può essere acquisita. Purtroppo, nelle scuole di medicina non ci sono insegnamenti per questo scopo. Dovremmo avere sempre presente di sviluppare il nucleo sostanziale del messaggio evangelico e cioè “Fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi stessi”. In questo senso si possono realizzare molti sinergismi fra persone o gruppi che hanno ideologie diverse».