MARIACRISTINA FERRARIO
Cosa pensano i giovani della loro generazione, con i suoi pregi e le sue fragilità? Quanto ritengono importante impegnarsi nel sociale, dedicare parte del loro tempo agli altri? Cosa ritengono dovrebbe cambiare nel modo in cui noi adulti ci rapportiamo con loro?
Queste sono le domande che ho posto a Beatrice Uslenghi, socia Leo del Leo club Abbiategrasso e di seguito, quello che mi ha risposto.
«Credo che la mia generazione abbia moltissimo potenziale, sebbene viviamo in un’epoca che non permette grandi sogni. Abbiamo molte contraddizioni nel cuore ed è raro per noi vedere le scale di grigio. Siamo la generazione del “di qui” o “di lì”, quasi mai del mezzo. Vinted o Shein, vegani o carnivori. Spesso ci troviamo disorientati in mezzo alla nostra stessa generazione e fatichiamo a capire la visione di chi si trova sull’altra sponda. Poche cose ci accomunano veramente: l’eterna insoddisfazione, che ci porta a ricercare sempre di più, studiare di più, fare più esperienze e l’odio profondo, concreto, assoluto per la guerra. Solo chi è obbligato a viverla davvero e a viverne le conseguenze spaventose, porta il peso del pacifismo. Ma qualcuno anche prima di noi se l’è dimenticato.
L’impegno sociale è fondamentale per tutte le fasce d’età, non solo per i giovani. Crea coscienza, crea attenzione, crea empatia, crea, soprattutto, responsabilità e cittadinanza. Sicuramente sono buoni valori da infondere sin dalla più tenera età, ma restano fondamentali da coltivare anche con l’avanzare degli anni. L’impegno sociale, cioè gli occhi aperti per notare dove il mondo ha bisogno della nostra presenza, è una responsabilità e bisogna allenarla. Senza l’impegno disinteressato, che non si cura, quindi, di essere ricompensato, noi smettiamo di essere cittadini. Dopotutto, in questo caos internazionale, chi dovrà ripulirne le macerie? È per questo che ci impegniamo nel sociale.
Per essere d’aiuto, voi adulti dovete lasciarci spazio: dateci quell’opportunità, dateci spazio di manovra, spazio di sbagliare, di sbattere la nostra testa quando le cose non funzionano. Dovete essere sentinella e non protagonisti. Ascoltateci, invece che riesumare episodi della vostra vita per puro protagonismo, comprendete, invece che partire prevenuti e, soprattutto, fidatevi. In un mondo e in una città come Milano che vanno così veloci, bisogna avere una mente aperta per accogliere il cambiamento, che oggi è più repentino che mai. Per cui, fidatevi di noi che viviamo il mondo del lavoro in continuo mutamento, che viviamo l’instabilità della famiglia, della scuola, del mondo, della religione. Se anche voi non farete così, non vi lascerete trasportare da questa corrente, rimarrete sul delta del fiume. È una scelta che è attivamente in mano vostra. Fossilizzarsi su concetti del Novecento, su modi di vivere, oggetti e dinamiche imbevute di nostalgia, non serve a nulla. Finisco con quella che credo essere una strofa di una canzone meravigliosa: “come mothers and fathers throughout the land / and don’t criticize what you can’t understand / your sons and your daughters are beyond your command / your old road is rapidly aging / please get out of the new one if you can’t lend your hand / for the times they are a-changin’” (venite madri e padri da tutto il paese e non criticate quello che non potete capire. I vostri figli e le vostre figlie non li potete comandare, la vostra vecchia strada sta rapidamente invecchiando. Andatevene, vi prego, dalla nuova se non potete anche voi dare una mano perché i tempi stanno cambiando) (The times they are a-changing, Bob Dylan, 1964)».