Manuela Crepaz
Sapevate che l’80% dell’energia che mettiamo nelle nostre auto tradizionali va letteralmente in fumo? Per fare chiarezza su un tema spesso dominato dai “sentito dire”, il Lions club Pordenone Naonis ha promosso un approfondimento tecnico e sociale sulla transizione energetica. Giovanni Muzzatti, che insieme ad Andrea Toffolo ha curato l’iniziativa, ci svela perchè, dal suo punto di vista, il passaggio all’elettrico sia oggi l’opportunità più concreta per rendere il nostro Paese più forte, più pulito e maggiormente padrone delle proprie risorse.
Qual è oggi la più grande opportunità offerta dalla mobilità elettrica, non solo in termini tecnologici, ma anche economici, ambientali e sociali?
«L’opportunità principale risiede nell’efficienza energetica. Oggi, nei motori a combustione (benzina o gasolio), circa l’80% dell’energia contenuta nel carburante viene sprecata sotto forma di calore; solo il 20% si trasforma in movimento. Con l’auto elettrica il paradigma si inverte: la resa è vicina all’80%. Come evidenziato dagli studi del Cnr e dello scienziato Nicola Armaroli, non si tratta di opinioni, ma di dati termodinamici reali. Passare all’elettrico significa smettere di sprecare energia. Dal punto di vista economico, la mia esperienza diretta con un’auto del 2021, su una percorrenza di 27.000 km annui, conferma un risparmio netto: rispetto a un diesel medio che percorre 16-17 km/l, la spesa per l’energia è inferiore di circa il 48-49%. Se a questo aggiungiamo l’abbattimento delle emissioni di Co2 allo scarico, che sono pari a zero, il vantaggio ambientale è immediato».
Cosa rischiamo di perdere se la transizione viene affrontata solo come un cambio tecnologico e non come un cambiamento di sistema?
«Rischiamo di perdere l’occasione di raggiungere l’indipendenza energetica. Spesso paragoniamo il cambio dell’auto a quello di uno smartphone o di un pc: lo facciamo perché la nuova tecnologia è più performante e confortevole. L’auto elettrica è effettivamente superiore in termini di comfort: l’assenza di vibrazioni rende la guida, anche su lunghe distanze, molto più rilassante.
Ma il vero tema è sistemico: uno stato energeticamente indipendente è uno stato più forte e stabile. L’Italia non possiede grandi giacimenti di gas o petrolio e dipende da fornitori esteri (Russia, Tunisia, Paesi Arabi, Americhe). L’unica vera strada per l’autonomia è l’elettrico, potenziando l’idroelettrico (settore in cui vantiamo una delle reti più stabili d’Europa), il fotovoltaico e l’eolico. Non serve “tappezzare” i campi di pannelli: basterebbe coprire i tetti dei capannoni industriali. La Cina ha già capito questo gioco: investe massicciamente nell’elettrico non solo per l’ambiente, ma per non dipendere più dalle potenze petrolifere».
Qual è il limite strutturale che oggi frena una transizione equa e realistica?
«Il limite principale è l’infrastruttura di ricarica, specialmente nelle autostrade e in alcune aree del territorio. Spesso è un freno di natura politica più che tecnica. Aumentare la diffusione delle colonnine eliminerebbe la cosiddetta “ansia da ricarica”. Va detto, però, che le auto moderne hanno già autonomie reali tra i 350 e i 650 km e si ricaricano mediamente in 20 minuti. La sfida è far viaggiare di pari passo lo sviluppo della rete con la crescita del parco circolante».
Quando l’auto elettrica diventa davvero conveniente?
«Se guardiamo ai costi di gestione, la convenienza è già presente. Oltre al risparmio sul carburante, la manutenzione è drasticamente ridotta: un’auto elettrica non ha cambio, frizione, iniettori o candele, tutte componenti soggette a rotture costose nei motori termici. A questo si aggiungono i vantaggi fiscali: l’esenzione del bollo per i primi 5 anni e il pagamento ridotto al 25% negli anni successivi».
La rete elettrica attuale è pronta per una diffusione su larga scala?
«Le dorsali elettriche italiane, gestite da Terna, sono solide. In realtà, l’auto elettrica non è un problema per la rete, ma una soluzione: può fungere da stabilizzatore. Pensiamo ai grandi parcheggi aeroportuali: migliaia di auto ferme collegate alla rete (tecnologia Vehicle-to-Grid). Poiché conosciamo i tempi di sosta dei viaggiatori, quelle batterie possono assorbire energia quando c’è eccesso di produzione (sole o vento) e cederla alla rete durante i picchi di richiesta. È un’evoluzione pazzesca che colossi come Tesla stanno già attuando con sistemi di accumulo su larga scala».
Qual è il reale vantaggio ambientale nel ciclo di vita completo (produzione-smaltimento)?
«Anche qui i dati sono chiari. Studi autorevoli (come quelli della Fia e del Cnr) dimostrano che, considerando le emissioni di Co2 equivalente per chilometro, un’auto a benzina emette oggi tra i 230 e i 260 grammi. Un’auto elettrica si attesta già intorno ai 100 grammi. Entro il 2050, con la decarbonizzazione della produzione di energia, il divario sarà abissale: circa 150 grammi per le termiche contro i soli 21 grammi delle elettriche.
Dobbiamo capire che, in un mondo che sta passando da 8 a 10 miliardi di persone, l’efficienza non è un optional. Dobbiamo vivere meglio consumando meno risorse, esattamente come stiamo imparando a fare con l’efficienza energetica delle nostre case».
Qual è la più grande opportunità della mobilità elettrica?
La libertà strategica legata all’efficienza.
Tecnologica: passare da una macchina che “butta via” l’80% dell’energia a una che ne usa l’80% per muoversi.
Economica: dimezzamento dei costi di rifornimento e abbattimento dei costi di manutenzione (meno parti meccaniche soggette a usura).
Ambientale: una riduzione drastica della Co2 lungo tutto il ciclo di vita (fino a 1/7 rispetto al termico nel lungo periodo).
Sociale e geopolitica: è la vera chiave per la sovranità energetica. Trasforma il parco auto da “consumatore passivo di petrolio estero” a “batteria diffusa” che stabilizza la rete nazionale alimentata da fonti rinnovabili locali (sole, vento, acqua).