Franco De Toffol
Negli ultimi 70 anni, la montagna italiana ha perso quasi un milione di abitanti, subendo un processo di svuotamento e marginalizzazione con implicazioni sociali e demografiche profonde. Il fenomeno è rilevante e complesso anche dal punto di vista ambientale, in relazione ai rischi idrogeologici che l’abbandono delle attività agricole, pastorali e forestali comporta. È una problematica importante, che meriterebbe più attenzione dal mondo Lion, magari trasformando in un service riflessioni, progetti e proposte qua e là emergenti.
Vediamo, quindi, queste correlazioni ambientali, tenendo anche conto che le modifiche del clima in atto potrebbero cambiare nuovamente gli equilibri.
Sentiamo l’architetto Giorgio Tecilla, già direttore dell’Osservatorio del Paesaggio della provincia di Trento, esperto nella tutela e valorizzazione del territorio montano.
L’abbandono dei territori montani può comportare problemi ambientali?
«Da tempo la cultura ambientalista promuove un ritorno alla naturalità come risposta alla crisi degli equilibri ecologici. Lo squilibrio tra risorse naturali disponibili e loro uso è visibile, in particolare, nei processi di artificializzazione di vaste porzioni del territorio, investite da fenomeni drammatici di consumo di suolo. In questo contesto, la montagna italiana si pone in controtendenza, segnalando processi diffusi di rinaturalizzazione.
Per comprendere meglio le implicazioni dei fenomeni di abbandono, va ricordato che la naturalità della montagna è spesso un mito. L’assetto assunto dalle terre alte è in realtà l’esito della gestione secolare di boschi, pascoli, campi e reti idrografiche minori. L’abbandono compromette equilibri consolidati, generando criticità di carattere idrogeologico, paesaggistico ed ecologico. Nelle aree agricole terrazzate non più coltivate si assiste così all’aumento di frane e alluvioni, mentre la forte espansione dei boschi sta modificando drasticamente i caratteri tipici del paesaggio montano, esito dell’equilibrato rapporto tra aree boscate, radure e pascoli. Un equilibrio spesso erroneamente attribuito alla natura, ma in realtà frutto della zootecnia tradizionale. Questi fenomeni stanno alterando il paesaggio – a mio giudizio banalizzandolo – e ne impoveriscono la biodiversità, mettendo a rischio la vita di specie che da secoli popolano le nostre montagne».
L’aumento delle temperature globali può portare a una rivalutazione dei territori montani come luoghi rifugio?
«Il cambiamento climatico in atto sta trasformando il nostro rapporto con il territorio. Gli esiti restano incerti e gli scenari molteplici. Tra questi prende corpo anche l’ipotesi della montagna vista come alternativa insediativa, possibile luogo rifugio per popolazioni in fuga dalla pianura. Oggettivi limiti di accessibilità e dotazione di servizi rendono questa ipotesi poco praticabile. Ritengo, quindi, che questo fenomeno non inciderà in modo significativo sul ruolo economico e culturale della città, che è da sempre – e ancor più nella contemporaneità – forma privilegiata di insediamento umano. È più realistico pensare a limitate migrazioni di ritorno, favorite anche dalla disponibilità, nei borghi montani storici e negli insediamenti turistici, di un vasto patrimonio edilizio sottoutilizzato. Le stazioni sciistiche di bassa e media quota, oggi in crisi, potrebbero essere rilanciate con la villeggiatura estiva, resa più attrattiva dalle estati roventi che stiamo ormai sperimentando.
C’è, comunque, un innegabile interesse per la residenza stabile in montagna, favorita da climi più miti, da una migliore qualità della vita e dalla diffusione del lavoro a distanza. Resta da capire quanto queste tendenze sapranno concretizzarsi in cambiamenti stabili e numericamente significativi».
Anche l’agricoltura montana sta cambiando a seguito delle modificazioni climatiche?
«Per esempio, in Trentino si coltivano terreni a quote sempre più elevate. La perdita delle aree fertili di fondovalle – dovuta alla crescita costante del “consumo di suolo” – e il clima più mite hanno favorito la coltivazione sui versanti di colture redditizie come vite e fruttiferi. La ricerca agronomica ha inoltre selezionato specie adatte a quote un tempo impensabili. Si tratta di una prospettiva interessante, pur con problematiche legate alla difficile meccanizzazione. Va però segnalato che, in molte aree del Paese, i nuovi regimi climatici e pluviometrici potranno avere effetti negativi anche sull’agricoltura di montagna, rendendo difficile garantire acqua sufficiente per l’irrigazione».
Il tema presenta, dunque, chiavi di lettura differenti e spesso contrastanti. Ciò che appare certo è che si sta avviando una rivoluzione destinata a influenzare in modo significativo il nostro modo di vivere, produrre e abitare. Una sfida complessa che impone scelte consapevoli, pragmatiche e libere da rigidità ideologiche.
Foto in evidenza: Luserna, Valdastico. Foto Giorgio Tecilla