MANUELA CREPAZ
Vivere più a lungo è una conquista. Ma che cosa significa, se insieme agli anni crescono la solitudine e la paura di perdere autonomia? E quale posto può avere l’intelligenza artificiale nella vita di una persona anziana, quando ciò di cui ha bisogno è qualcuno su cui contare?
Ne parliamo con Marco Trabucchi, psichiatra, già professore ordinario di Neuropsicofarmacologia all’Università di Roma Tor Vergata, direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia e presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria.
È una voce preziosa per questo speciale di Lion: nell’intervista mette in discussione l’immagine dell’anziano sempre attivo e autosufficiente, distingue le possibilità della tecnologia dai bisogni a cui non può rispondere e riporta al centro una domanda che riguarda anche tutte e tutti noi Lion: come costruire una comunità in cui nessuno debba invecchiare da solo?
Che cosa fa davvero più paura oggi dell’invecchiamento? La malattia, la perdita dell’autonomia o il rischio di non contare più nulla agli occhi della società?
«Come lei suggerisce, i fattori possibili sono molti. Ma, per la mia esperienza, ciò che più immediatamente preoccupa le persone anziane, anche quando pensano al proprio futuro, è la solitudine. È vista come una “brutta bestia”, perché impedisce di sperare in un futuro in cui ci sia qualcuno che aiuti, che stia vicino, con cui condividere il tempo e anche le soddisfazioni della vita. A mio giudizio, è il fattore più preoccupante. Ci sono certamente anche il timore della malattia, della perdita di autonomia e di non contare più nella società. La paura della solitudine ci richiama a un dovere che stiamo dimenticando: stare vicino alle persone anziane. Possiamo farlo con interventi strutturati dei servizi pubblici, senza trascurare le amicizie e aiutando le famiglie a trovare il tempo per stare accanto a chi invecchia».
Si parla spesso di invecchiamento attivo: non c’è il rischio di proporre un’immagine dell’anziano sempre efficiente, autonomo e produttivo, finendo per far sentire inadeguato chi è fragile o malato?
«Sono assolutamente d’accordo. Il modello del “successful aging”, dell’invecchiamento attivo e della longevità sana, quando propone l’anziano sempre efficiente, rischia di mandare un messaggio negativo. Chi cammina male, ha bisogno di riposo, convive con il diabete o ha avuto un ictus può sentirsi escluso dall’immagine di quel “bell’anziano teorico” di cui parla soprattutto il commercio.
Questa esplosione dell’invecchiamento attivo e della longevità sana si rivolge a chi ha denaro, una salute abbastanza buona e tempo disponibile. Ma che cosa significa per chi è fragile, non può permettersi di spendere nelle cosiddette “longevity suite”, deve occuparsi dei nipoti o assistere un familiare? È un’immagine che può andar bene per una società superficiale, attenta soltanto all’estetica, non per la società reale. E molti anziani non possono permettersi una casa di riposo perché non hanno denaro sufficiente per pagarne la retta. Temo che questa realtà venga trascurata mentre si mette al centro chi può consumare e produrre».
Le demenze e l’Alzheimer sono spesso percepiti come un destino quasi inevitabile. Cosa sappiamo oggi sulla prevenzione e quali promesse sarebbe scorretto fare ai lettori?
«Prima di tutto, la demenza è una malattia: non una maledizione né qualcosa da nascondere. È importante dirlo per combattere lo stigma. Alcune famiglie, anche se fortunatamente sempre meno, fanno ancora fatica ad accettare che un proprio caro ne sia affetto. La demenza colpisce il 7-8% delle persone con più di 65 anni: una parte limitata della popolazione anziana. In tutto il mondo sono in corso studi sulla prevenzione e sulle cure. Non hanno ancora dato risposte definitive, ma offrono indicazioni. Sono ottimista per il coinvolgimento di tanti laboratori e centri di ricerca: non voglio indicare una scadenza, sarebbe superficiale, ma credo che si possano compiere progressi significativi. Oggi sappiamo che alcune condizioni legate al vivere bene possono ridurre il rischio di demenza: fare attività fisica, avere una vita stimolante, non fumare, non bere, curare il diabete ed evitare la solitudine. Sarebbe però scorretto attribuire a ciascun comportamento una percentuale precisa di protezione senza dati seri. La prevenzione dipende dalle scelte individuali, ma anche da quelle collettive. Dire a un anziano che vive in un quartiere di Milano di fare attività fisica serve a poco se l’ascensore è rotto e la strada non è un luogo in cui si sente sicuro. È facile raccomandare una dieta sana, ma i cibi freschi, come frutta e verdura di buona qualità, costano; costano anche alcuni alimenti utili a preservare la funzione muscolare. Non possiamo ridurre la prevenzione a una responsabilità privata, dicendo a ciascuno che cosa dovrebbe fare senza considerare le sue condizioni di vita, le possibilità economiche e le opportunità di formazione. Bisogna costruire una società in cui contino anche le condizioni sociali. Una persona anziana e povera può avere difficoltà ad accedere ai servizi: per esempio, a raggiungere un centro per la cura del diabete se non trova un passaggio o non ha più la patente. Anche la possibilità di guidare, in questa prospettiva, è una questione importante».
Oggi anche le persone anziane interagiscono con i social e con intelligenze artificiali che rispondono in modo empatico. Quale effetto può avere questo rapporto sulla solitudine e sulle relazioni reali?
«È una trasformazione delicatissima. L’intelligenza artificiale attinge a informazioni prodotte nel passato, anche da società che non rispettavano le persone anziane: quelle che oggi definiamo “ageiste”. Così un anziano può affidarsi a uno strumento che rischia di svalutarlo. E, anche quando questo non accade, lo strumento può allontanarlo dal mondo reale, nel quale ha bisogno di rapporti concreti. Se una persona si sveglia sola di notte e ha paura per la propria salute, l’intelligenza artificiale non può offrirle l’aiuto di cui ha bisogno. Può elencare possibili spiegazioni di un dolore allo sterno: un infarto, un dolore intercostale, perfino un’espressione della depressione. Ma poi? Senza un rapporto con il medico di famiglia o con qualcuno con cui parlarne e a cui chiedere aiuto, quella persona resta abbandonata. Tra quattro o cinque anni potrebbe esserci in casa un robot umanoide capace di dire parole rassicuranti. Ma chi porterà davvero quella persona all’ospedale? Servono la famiglia, gli amici, la società, le relazioni. I gruppi che un tempo aggregavano le persone sono sempre meno presenti. Penso ai cori, ai gruppi di lavoratori, agli Alpini: molte di queste realtà, pur sostenute dalla politica, si stanno sfilacciando. Anche nella Chiesa vedo, con dispiacere, più isolamento».
Siamo noi gli artefici del nostro buon invecchiamento?
«Siamo artefici del nostro invecchiamento anche attraverso le scelte collettive. Critichiamo spesso la politica, ma siamo noi a scegliere chi ci rappresenta, a destra, a sinistra o al centro. Dovremmo prestare attenzione a chi è più vicino alle persone fragili e a chi ha bisogno, e a una visione della società fondata sulla comunità, anziché sulla ricerca del massimo guadagno individuale. Abbiamo bisogno di comunità. Possiamo contribuire a costruirla attraverso la politica, i gruppi intermedi e la Chiesa: ciascuno può unire il proprio contributo a quello degli altri per migliorare il modo in cui viviamo. Sono critico e lucido, ma non privo di speranza».
Nella foto Marco Trabucchi
foto fondazionetrabucchi.it