Dove rinasce la speranza

Dove rinasce la speranza

Di Pierluigi Benvenuti

Un colpo di pistola alla nuca, nella notte tra il 2 e il 3 settembre 2006, ha spento per sempre il sorriso di Veronica Abbate, 20 anni ancora da compiere. A premere il grilletto, l’ex fidanzato 22enne, all’epoca dei fatti finanziere in servizio. La loro relazione sentimentale si era interrotta da alcuni mesi. Erano in macchina, per l’ultimo chiarimento. Lui voleva riprendere la loro storia. Dinanzi all’ennesimo rifiuto, ha reagito con violenza, perché Veronica non aveva il diritto di essere felice senza di lui.

Una storia come tante che, ancora purtroppo, dominano le pagine della cronaca. Da un sorriso spento per sempre, è nato però un fiore. A Mondragone, città sul mare in provincia di Caserta, dove Veronica è stata uccisa, le donne vittime di violenza di genere possono ricominciare a vivere nel suo nome. Qui, infatti, opera la Casa di V.e.r.i., che offre accoglienza e ospitalità a quante hanno subito maltrattamenti.

Sorge in una villa un tempo di proprietà di un boss della camorra e che lo Stato ha confiscato. Può accogliere al massimo 6 donne alla volta; in quelle stanze, spesso insieme ai loro figli, trovano conforto, assistenza psicologica, calore umano, imparano un mestiere. Una realtà resa possibile dal lavoro dell’Associazione V.e.r.i., che promuove iniziative per contrastare ogni forma di violenza di genere e attività tese a favorire il cambiamento culturale, alla sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno della violenza sulle donne e sui bambini.

Uno straordinario esempio di servizio umanitario e comunitario, di impegno sociale nato grazie all’inesauribile azione di Clementina Ianniello, madre di Veronica. Dalla morte della figlia è stata animata da una sola volontà: fare qualcosa per Veronica e in nome di Veronica.

Clementina Ianniello, come e perché è nata la Casa di V.e.r.i.?

«In Italia muore una donna ogni tre giorni, vittima di femminicidio. La Casa di V.e.r.i. nasce da una di queste tragedie, quella di Veronica Abbate, uccisa da Mario Beatrice. Per far sì che il suo nome risuonasse a testimonianza di questa carneficina e cercare di arginare il fenomeno, è nata l’Associazione V.e.r.i.. Nasce per volontà di un gruppo di amici di Veronica che, dopo la sua scomparsa, hanno voluto impegnarsi a difesa delle donne vittime di violenza, per arginare il fenomeno. Abbiamo cominciato lavorando per far cambiare quelle leggi che prima erano assolutamente a favore dell’assassino. Dopo ci siamo impegnati per ottenere l’inasprimento delle pene e rendere giustizia piena alle donne. Poi abbiamo capito che non bastava e abbiamo iniziato campagne per sensibilizzare, educare, informare».

Perché avete scelto proprio questo nome?

«V.e.r.i. è il diminutivo con il quale chiamavamo Veronica. Ma sta anche per verità, emancipazione, rispetto, impegno. Quattro parole semplici, alla portata di tutti, nella possibilità di usarle tutti quanti noi. Sembra però che sia tanto difficile portare avanti queste quattro parole che ci farebbero vivere tutti in una maniera meravigliosa».

Cosa rappresenta la Casa di V.e.r.i.?

«Per il territorio, un fiore all’occhiello. Per le donne, è il primo passo verso una vita vera. Le donne che arrivano da noi sono stracci, strapazzate, mortificate, umiliate. Il nostro percorso principale è ridare fiducia in loro stesse alle donne che arrivano da noi, pensando di non contare nulla nella società, nel mondo, per loro stesse; ridare loro dignità e consapevolezza di potercela fare».

Quante donne avete ospitato dall’apertura della struttura?

«Il numero è impressionante, altissimo. Non so quantificarlo. La casa purtroppo è sempre piena, sempre abitata. E ci giungono continue telefonate dalle forze dell’ordine e dagli assistenti sociali per sapere se abbiamo posto. È una tristissima realtà che certifica, purtroppo, il fallimento della società in cui viviamo. La violenza è trasversale e lo dimostra il fatto che ospitiamo donne di ogni ceto ed estrazione sociale».

L’inasprimento delle pene per questi reati può essere un deterrente?

«L’inasprimento delle pene è una battaglia che ho sempre combattuto per una giustizia che potesse essere chiamata tale. Prima, per i reati di femminicidio, le pene erano talmente leggere da vergognarsi. La vita di una donna non valeva niente. L’ergastolo, la pena certa e severa, per me rappresentano un deterrente, ma è un fatto discrezionale. Di certo è giusto, perché il dolore che si crea in una famiglia è indescrivibile, è qualcosa che ti butta talmente giù da toglierti tutta la vitalità, la forza, le emozioni per la vita, ti elimina tutto ciò che hai dentro. E chi ha commesso un reato del genere deve avere il tempo di meditare e capire cosa ha fatto».