L’Alfabeto della libertà contro l’apartheid di genere

L’Alfabeto della libertà contro l’apartheid di genere

Riccardo Tacconi

I Lion vigevanesi celebrano il mese di marzo con un’iniziativa originale che vede protagonista e loro ospite Fatima Haidari. Portare Fatima a Vigevano è un modo potente e concreto anche per celebrare la Giornata Internazionale della Donna, andando oltre la retorica e offrendo agli studenti e alla cittadinanza una testimonianza diretta e coraggiosa. L’evento, che costituisce un ponte tra Vigevano e l’Afghanistan e che si declina con incontri con gli studenti delle scuole superiori e la cittadinanza, rappresenta per gli studenti una lezione di educazione civica e umana impareggiabile e, per la cittadinanza, un’opportunità per comprendere meglio la situazione delle donne in Afghanistan e sostenere chi combatte per i diritti fondamentali.

Fatima, partiamo dall’inizio. Che infanzia ha vissuto nella provincia di Ghor?

«Sono nata in un piccolo villaggio nella provincia di Ghor, una delle aree più remote e povere dell’Afghanistan. Sono la più giovane di sette fratelli e l’unica ad aver avuto la possibilità di studiare. Questo, nel mio contesto, non era normale. Per molte famiglie, soprattutto nelle zone rurali, l’istruzione femminile non è una priorità, spesso per motivi culturali, economici o di sicurezza. La mia infanzia è stata segnata dal lavoro. A sette anni facevo la pastorella. Passavo le giornate tra le montagne, con gli animali, ma dentro di me sentivo che la mia vita poteva essere diversa. Non avevo libri, così studiavo ascoltando la radio di nascosto. Era il mio insegnante segreto».

Quanto è stato difficile accedere all’istruzione?

«Moltissimo. Quando avevo dieci anni, mio padre ha deciso di trasferire la famiglia a Herat, una città più grande e culturalmente più aperta. Pensavo che finalmente avrei potuto andare a scuola, ma la nostra situazione economica era troppo difficile. Per tre anni non ho potuto studiare. È stato un periodo doloroso. Vedevo altre ragazze con i libri in mano e io dovevo restare a casa. Poi, insieme a mia madre, abbiamo iniziato a fare piccoli lavori di artigianato. Ogni oggetto che vendevamo rappresentava un passo verso la scuola. Quando finalmente ho potuto iniziare, avevo già perso tempo prezioso, ma ero determinata a recuperarlo».

Quando ha capito che l’istruzione sarebbe diventata la sua missione?

«Quando ho iniziato a studiare seriamente, ho capito che la conoscenza mi stava trasformando. Non era solo imparare a leggere o scrivere: era sviluppare pensiero critico, consapevolezza, autonomia. Ho imparato l’inglese e ho iniziato a insegnarlo a un gruppo di ragazze. Volevo che anche loro avessero una chiave per aprire nuove porte. In un paese come l’Afghanistan, l’istruzione femminile è un atto rivoluzionario».

Nel 2019 ha iniziato a studiare giornalismo. Perché questa scelta?

«Ho scelto giornalismo e comunicazione di massa perché volevo raccontare storie che non venivano ascoltate. Nello stesso periodo lavoravo in una radio locale per donne. Conducevo un programma settimanale chiamato “Winner Women”, dove raccontavo storie di donne che avevano superato matrimoni forzati, povertà, violenza o discriminazione. Quelle storie erano atti di resistenza. Dare voce significa dare dignità».

Nel 2020 è diventata la prima guida turistica donna dell’Afghanistan. Che impatto ha avuto questa scelta?

«È stata una decisione coraggiosa e rischiosa. Il turismo in Afghanistan era già fragile, ma essere una guida donna rompeva completamente gli schemi culturali. Ho accompagnato viaggiatori mostrando loro la bellezza e la storia del mio paese, oltre i pregiudizi. Quando la Cnn e altri media internazionali hanno raccontato la mia storia, ho capito che il mio messaggio stava arrivando lontano. Ma quella visibilità mi ha anche resa un bersaglio per gruppi estremisti».

Cosa è successo nell’agosto 2021?

«Quando i talebani hanno ripreso il potere, la mia vita è cambiata in pochi giorni. Sapevo di essere in pericolo. Non era solo per il mio lavoro, ma per ciò che rappresentavo: una donna indipendente, visibile, impegnata pubblicamente. Ho dovuto lasciare il mio paese. È stato doloroso. Ho lasciato la mia famiglia, le mie montagne, la mia lingua quotidiana. L’esilio non è solo geografico, è anche emotivo».

Come ha ricostruito la sua vita in Italia?

«In Italia ho avuto l’opportunità di riprendere gli studi in Politica e Governo Internazionale, grazie a una borsa di studio, all’Università Bocconi di Milano. Studiare politiche pubbliche e governance mi permette di comprendere meglio i meccanismi del potere e di immaginare soluzioni concrete per il futuro del mio paese. Ma non volevo limitarmi a studiare: sentivo il bisogno di agire».

È così che nasce Alefba?

«Sì. Ho co-fondato Alefba Odv. “Alefba” significa “alfabeto” nella nostra lingua. L’alfabeto è l’inizio di tutto: senza di esso non puoi leggere il mondo. Alefba oggi sostiene l’istruzione di cento ragazze in Afghanistan attraverso corsi di lingua, alfabetizzazione digitale, formazione professionale e progetti di narrazione. Lavoriamo con attenzione, trasparenza e in collaborazione con le comunità locali. Non vogliamo imporre modelli esterni, ma rafforzare le risorse che già esistono».

Parla spesso di “apartheid di genere”. Cosa intende?

«In Afghanistan oggi le donne sono sistematicamente escluse dall’istruzione superiore, dal lavoro pubblico, dalla vita politica. Non possono viaggiare liberamente, spesso non possono accedere a spazi pubblici senza un accompagnatore maschile. Questo non è solo discriminazione: è un sistema strutturato di esclusione. Per questo parlo di apartheid di genere».

Cosa le dà forza per continuare?

«Le ragazze che mi scrivono. Le studentesse che, nonostante tutto, vogliono imparare. La consapevolezza che l’istruzione ha cambiato la mia vita e può cambiare la loro. Non posso restare in silenzio. Non posso essere complice. Finché avrò voce, la userò per chi oggi è costretta al silenzio e ringrazio anche voi che mi ascoltate e supportate».