Manuela Crepaz
Trasformare un segno grafico in una prova scientifica capace di reggere il vaglio di un’aula di tribunale non è questione di intuito, ma di metodo. In questa intervista incontriamo Cristina Sartori, criminalista specializzata in grafologia giudiziaria e professionista certificata, che attraverso protocolli internazionali e un rigoroso approccio tecnico supera la soggettività per ancorare l’analisi all’oggettività scientifica. Un rigore che mette al servizio della giustizia e della consapevolezza sociale, anche attraverso il podcast “Il silenzio avvelena l’anima”, dedicato alla spirale della violenza di genere e sostenuto dal Lions club Trentino Südtirol Women and Men Together for a Better World.
Il tema dello speciale è “Credibilità e verità”: quanto può essere “falsa” o manipolata una scrittura e quanto la grafologia è in grado di restituire la verità storica di un evento?
«La scrittura è un prodotto psico-neuro-muscolare, assolutamente individuale, poiché nasce dall’integrazione e dall’interazione tra impulsi nervosi centrali, coordinazione neuromotoria e meccanismi esecutivi personali inconsci e automatizzati profondamente interiorizzati, propri di ciascun soggetto. Ne consegue che non è possibile sostenere a lungo uno sforzo imitativo o dissimulativo senza che emergano tracce evidenti della reale identità grafica dello scrivente. Le leggi della grafologia spiegano in modo puntuale come sia possibile riconoscere i tentativi di imitazione o dissimulazione, poiché in tali casi vengono attivati meccanismi diversi da quelli spontanei: il controllo volontario sostituisce l’automatismo, producendo rigidità, incoerenze, alterazioni del ritmo, della pressione e della struttura grafica, ma anche l’attenzione agli elementi degni di imitazione o dissimulazione produce delle alterazioni caratteristiche e particolari capaci di orientare la valutazione tecnica. La meccanizzazione della scrittura risale all’Ottocento con la nascita della macchina da scrivere. Prima di allora, e anche per un lungo periodo successivo, la scrittura manuale ha rappresentato l’unica modalità di comunicazione scritta. Ne consegue che la grafia costituisce un potente strumento di trasmissione della verità storica: grazie a essa sono giunte fino a noi preziose testimonianze del passato, documenti e fonti che rendono possibile la ricostruzione degli eventi e la comprensione dell’evoluzione delle civiltà. Anche nel quotidiano la scrittura ristabilisce verità storiche: la volontà racchiusa in un testamento, l’amore e l’intenzionalità emotiva contenuti in un messaggio manoscritto, il rancore o l’aggressività che emergono da una lettera anonima, fino ai fatti e misfatti affidati ai pizzini, che spesso diventano elementi decisivi nella ricostruzione di eventi e responsabilità. E anche oggi, nell’era digitale, la comunicazione manoscritta non è stata dimenticata: è dimostrato che essa attiva funzioni cerebrali fondamentali nei processi di apprendimento e memorizzazione e, soprattutto, si caratterizza per una capacità di proiezione e veicolazione emozionale che la scrittura digitale non riesce a riprodurre».
Dare voce a chi non l’ha più: quando la grafia può diventare l’ultimo baluardo di credibilità per ricostruire bisogni e paure inespresse?
«Nel 2025 ho contribuito alla realizzazione del libro “Femminicidi giovanili senza scampo. La storia di Michelle Causo, la ragazza ritrovata in un carrello” (Armando Editore) di Virginia Ciaravolo, occupandomi dell’analisi della grafia della piccola Michelle uccisa a Primavalle, a Roma, nel 2023. Obiettivo del mio contributo era restituire dignità a una giovane donna cui la cronaca giornalistica e mainstream non ha risparmiato una pesante vittimizzazione secondaria, raccontandola nel suo intimo, ricostruendone l’identità, ridando voce a chi non l’ha più e raccontando, al di là della cronaca talvolta morbosa legata al fatto reato, chi era Michelle. La grafia non accusa, non assolve, non spettacolarizza. La grafia testimonia. Una testimonianza onesta, profonda, potente, che ci racconta anche, ma non solo, dei bisogni e delle paure dello scrivente. Un atto dovuto a chiunque venga non solo privato della vita ma anche, spesso, della dignità, macchiata dalla carta stampata, dal web e nelle aule del tribunale da troppi pregiudizi che ancora aleggiano sopra le teste di molti e dalle “necessità processuali”».
Spesso le fake news e le violenze online (cyberbullismo, diffamazione) viaggiano sotto copertura. Come si riesce a dare un nome a una “mano” che scrive via software?
«Nelle indagini che riguardano fake news, cyberbullismo e diffamazione online, il primo livello di intervento è affidato agli informatici forensi e agli investigatori digitali. Accanto a questo lavoro, anche la grafologia, nella sua declinazione forense e linguistica, offre un contributo significativo nel ricondurre uno scritto non manoscritto alla mano di un soggetto, laddove vi sia un sospetto concreto e siano disponibili scritture di comparazione certamente attribuibili. La scrittura digitale non è neutra. Nei documenti informatici possono essere analizzati numerosi indicatori: l’organizzazione dello spazio testuale, le scelte formali (font, maiuscole, grassetti), la costruzione sintattica, il lessico, l’uso delle congiunzioni, la punteggiatura e gli errori tipici, distinti tra disattenzione e mancata acquisizione delle regole. Questi elementi, se studiati con metodo e messi a confronto con testi di riferimento, permettono di escludere un’autorialità, orientare un’indagine o formulare una valutazione di riconducibilità probabilistica. Anche dietro una tastiera o un profilo anonimo, quindi, la “mano” continua a emergere: meno visibile rispetto alla scrittura a mano, ma non per questo meno identificabile».
Cosa le dà il suo lavoro?
«Svolgo questo lavoro perché nasce dall’incontro naturale di tre passioni profonde: la criminalistica, il senso di giustizia e la scrittura. La criminalistica mi ha sempre affascinata come strumento di ricerca della verità, come disciplina che non si accontenta delle apparenze ma studia analiticamente il dove, il come, il cosa. Il senso di giustizia, invece, è il motore etico: la necessità di restituire voce ai fatti, di tutelare le persone, di contribuire (per quanto possibile) a un equilibrio tra verità, responsabilità e tutela dei più fragili. La scrittura, infine, è il linguaggio attraverso cui tutto questo prende forma: non solo mezzo di espressione, ma traccia, prova, memoria. Unendo questi tre elementi, la scelta non poteva che essere obbligata. La grafologia giudiziaria rappresenta il punto di incontro perfetto tra analisi scientifica, attenzione all’essere umano e amore per la scrittura intesa come segno, gesto e testimonianza. È il luogo in cui passione e funzione sociale coincidono, e in cui il mio lavoro diventa non solo una professione, ma una forma coerente di impegno personale».