Siamo tutti sulla stessa barca

Siamo tutti sulla stessa barca

Impareremo qualcosa da Covid-19? Oppure, appena sarà superata questa crisi, provvederemo alla sua archiviazione nel cassetto dell’ebola, del vaiolo, della peste, con il disconoscimento delle competenze, la caccia agli untori, l’accaparramento di generi alimentari, l’emergenza sanitaria, le diatribe con e tra le istituzioni? Il tutto simile a quanto descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi sull’epidemia della peste del 1630 a Milano. Di Carlo Bianucci *

Il coronavirus, visibile soltanto al microscopio elettronico, è stato capace di creare preoccupazione, paura, panico, morte, soprattutto perché non si conosce un mezzo efficace per prevenirlo con una specifica vaccinazione, né per combatterlo con una adeguata terapia. “Di fronte all’epidemia le persone si sono riscoperte fragili e questo fa più paura del virus”, dice monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla. Anche la società contemporanea, infatti, è caratterizzata dal problema dell’insicurezza, come scrive il sociologo tedesco Ulrich Beck, imputando alla modernità la creazione di una comunità mondiale del pericolo, attraverso frontiere sempre più facilmente valicabili e collocando il bisogno di sicurezza al vertice della gerarchia dei valori sociali, anche prima della stessa libertà e uguaglianza.
A queste preoccupazioni si è aggiunta poi, quasi improvvisamente, la sperimentazione di come ci si possa sentire anche discriminati, portatori di malattie, fermati alle frontiere, pur essendo” bianchi e occidentali”.
Comunque, a ben guardare, anche l’attuale globalizzazione, alla quale si danno tante colpe, non è l’unica nel corso della storia perché vari cicli di questa ultima possono essere indicati nel tempo come una forma di mondializzazione, in relazione e proporzionalmente al loro contesto.
E allora, come dalle epidemie sono scaturiti studi e sono derivati metodi efficaci di contrasto al contagio, così, in questa complessa attualità, possiamo trovare un risvolto costruttivo o quantomeno provarci?
Forse iniziando col recepire un messaggio che mandi segnali: l’importanza della comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura, la responsabilità condivisa, la consapevolezza che troppe volte cerchiamo di ignorare o non sentire, ma che, volenti o nolenti, ci dice che siamo tutti legati gli uni agli altri.
Con l’intensificazione degli scambi su scala mondiale e la conseguente sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali, ma anche sociali, culturali, politiche, non si rimane chiusi nei nostri ambiti, neppure volendo. Anche alzando barriere e costruendo recinti, passano i virus e transitano i problemi irrisolti del mondo.
Come Lions diamo il nostro contributo per combattere fame, malattie, disastri ambientali e altro ancora. Lo facciamo, ma per questo, oltre al cuore, sono necessarie risorse umane e finanziarie. Da decenni abbiamo lo sguardo rivolto al prossimo e esercitiamo quella solidarietà che la LCIF rende tangibile a livello mondiale, perché è grazie a questo strumento che i Lions rispondono alle pressanti richieste d’aiuto. Rendere questo mezzo sempre più forte e determinante in relazione ai sempre maggiori bisogni, è un nostro preciso dovere primario, anche in questo particolare momento. Sono numerosissimi i progetti attuati grazie alla LCIF che ci rendono orgogliosi nel mondo. Sono innumerevoli le comunità che ne hanno fruito. Sono tante ancora quelle che ne hanno oggi necessità. E quando questo evento sarà superato, ne potremo vedere gli effetti pesanti, anche nel nostro Paese e dovremo essere pronti ad intervenire.
Come accade talvolta, i momenti di difficoltà possono stimolarci per riflettere sulla possibilità di perseguire con successo obiettivi più elevati, come riuscire a fare una sintesi tra l’agire locale, che tiene conto delle peculiarità storiche dell’ambito in cui si vuole operare, e il pensiero globale che tiene conto delle dinamiche mondiali di interrelazione fra i popoli e le loro diverse culture.
Sarebbe più facile così anche il nostro operare associativo nelle due facce: quella del LCI e quella della LCIF, che si esprimono nelle due mission: servire la propria comunità e servire le comunità a livello locale e globale, ricordando, anche in presenza del coronavirus, che ciò che accade lontano non è sempre così lontano da ognuno di noi.
In questo caso, contrariamente a quanto temuto per le epidemie, ci auguriamo che possa svilupparsi un contagio, quello empatico di solidarietà, impegno e cuore per sperimentare, insieme, un vaccino etico e prodigioso da distribuire anche a tante persone non Lions che, insieme a noi, possono combattere e vincere un virus altrettanto grave: l’indifferenza. Talvolta non ce ne accorgiamo, ma siamo davvero tutti sulla stessa barca!

*Coordinatore Multidistrettuale LCIF per l’Italia.