Quei 95 giorni, terribili e rigeneranti, che hanno risvegliato l’umanità

Quei 95 giorni, terribili e rigeneranti, che hanno risvegliato l’umanità

Un tempo quasi insignificante capace di mettere in ginocchio il Pianeta sotto il profilo sanitario ed economico. La prima pandemia globale in diretta tv e web. Un’occasione per dare una boccata d’aria fresca alla Natura agonizzante e sviluppare un nuovo Rinascimento. Non sciupiamo i sacrifici e i lutti sull’altare del dio quattrino. Di Pierluigi Visci

E dopo 95 giorni, finalmente, l’Italia riaprì i battenti. Tornò in libertà nelle strade e nei parchi. Rialzò le saracinesche delle botteghe, riavviò i motori delle fabbriche. Riprese anche a fare sport. Novantacinque giorni. Appena 95 giorni. Solo tre mesi e cinque giorni. Un terzo dell’anno scolastico o del campionato di calcio o di una gravidanza. Un terzo dei mesi che trascorrono dalla semina alla trebbiatura del grano. Il tempo tra un versamento e l’altro dell’IVA o dei contributi INPS. Quasi una campagna elettorale, di cui sempre meno cittadini si interessano, tanto che solo gli addetti ai lavori sembrano osservare come allarme democratico il rinvio di mesi di elezioni regionali e comunali e di un referendum costituzionale decisivo per la rappresentanza politica dei cittadini. Novantacinque giorni, ovvero 17 volte meno del tempo necessario (1.600 giorni) per concludere un processo penale. E via esemplificando. Eppure… Eppure, questi 95 giorni, tra il 29 gennaio e il 4 maggio, dai primi due casi in Italia (la coppia cinese di Wuhan infettata a Roma) al primo significativo allentamento del lockdown nazionale, sono stati equiparati a una irrimediabile tragedia sanitaria planetaria, a un disastro economico-finanziario più grave del default bancario del 2008, della Grande Depressione del 1929, addirittura della catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Cinicamente, coi suoi 300 mila morti nel mondo (quasi 30 mila in Italia), un’inezia rispetto ai 50 milioni di decessi (600 mila in Italia) di quanti ne ha mietuti “la Spagnola” nel 1918 (in rapporto alla popolazione, è come se i 500 milioni di infettati dell’influenza di un secolo fa oggi fossero 2 miliardi e 250 milioni di individui). È anche vero, che questo Covid-19 è stato straordinariamente più veloce e diffuso, colpendo nel giro di poche settimane in tutto il mondo. E da tutto il mondo vissuto in diretta tv e web. Il virus più globale della storia dell’Umanità, alla faccia di confini, blocchi doganali, muri, chiusure fisiche e ideologiche, di nostalgici sovranisti fuori dalla Storia. Che, non a caso, perdono consenso in tutta Europa (meno che in Portogallo).
Singolarità italiana: il primo focolaio della “Spagnola” si manifestò nel Veneto, a Sozzano, Vicenza. La prima zona rossa del 2020 (oltre a Codogno, Lodi, Lombardia) è stata allestita a Vo’ Euganeo, Padova, sempre Veneto. La parola d’ordine di leader politici, autorità morali e religiose, intellettuali e artisti dei più svariati campi, sin dalle ore immediatamente successive alla segregazione domestica è stata la stessa: ne usciremo e tutto andrà bene. Anzi: saremo migliori e nascerà un nuovo mondo, vivremo un nuovo e più entusiasmante Rinascimento. Vista in tv dal divano della quarantena, la Natura che si risveglia – emblematiche le acque del Canal Grande di Venezia di nuovo popolato dai pesci – ci commuovono fino alle lacrime. Come pure le tante straordinarie storie di solidarietà e generoso altruismo. Fino a quando? C’è evidenza, e sempre maggiore consapevolezza delle persone, della stretta connessione tra inquinamento atmosferico e sviluppo dei virus, tanto da consigliare di accelerare sulla strada dei Green New Deal, europeo e mondiale. E allo stesso tempo si colgono segnali che gelano questi entusiasmi, se pensiamo che nella Nazione più potente della Terra, gli Usa, già pensano di mettere da parte le politiche ambientalistiche di decarbonizzazione, perché con il fossile sarà più celere e conveniente far ripartire l’economia devastata dal Covid-19. E le nuove generazioni? Ci penseranno i leader del futuro. Ecco perché pensiamo che questo tempo sospeso di 95 giorni, accompagnato dalla fretta di smantellare divieti, precauzioni, prudenze, protezioni, verrà considerato, appunto, breve (quando l’avremo alle spalle) e dunque insignificante. Avremo voglia (e anche bisogno, già dicono psicologi e storici) di dimenticare. Di voltare rapidamente pagine. Archiviare le immagini e i volti familiari nei giorni delle difficoltà: Winston Churchill – è stato ricordato – vinse la guerra e fu sconfitto nelle urne dai suoi concittadini. Sarà gioco facile per gli speculatori di sempre e i politici di complemento, rispolverare il dio quattrino per l’apparente benessere immediato e l’irrefrenabile desiderio di ricominciare a vivere allegramente. I buoni propositi germogliati nel tempo sospeso finiranno nel dimenticatoio e con il “libera tutti” riprenderà allegramente il banchetto sulle spoglie della Terra. Che solo per 95 giorni ha respirato aria pulita, assieme a tutte le creature del Pianeta. Eccessivo pessimismo o amaro realismo? La Terra avrà ancora più bi-sogno delle sensibilità della nostra Famiglia: la priorità programmatica e culturale del 2020 è stata terribilmente profetica e ancora più priorità continuerà ad essere nel tempo a venire. Tale da richiedere ancora più intelligenza e capacità di leadership. Soprattutto morale.

Gli italiani s’informano attraverso le piattaforme digitali
Nell’era Covid 19 abbiamo cambiato il modo di acquisire le informazioni e il futuro della comunicazione istituzionale, d’impresa e anche sociale è molto legato ai social. Di Francesco Pira


Gli ultimi due mesi ci hanno segnato profondamente. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, la nostra alimentazione, il nostro modo di vivere e di comunicare, ma anche di apprendere le notizie che ci servono. Lavoriamo in un altro modo, incontriamo i familiari in videochat, insomma abbiamo fatto di necessità virtù. Non sappiamo se questo ci ha cambiati in meglio ma l’emergenza Coronavirus ha messo al centro l’utilizzo degli strumenti digitali e le modalità di lavoro smart. Questo emerge da una ricerca molto interessante condotta dall’Osservatorio nazionale sulla comunicazione digitale di PA Social e Istituto Piepoli, secondo cui l’80% degli italiani considera molto utile l’utilizzo di social network e chat per comunicare con le istituzioni e ricevere informazioni e servizi. Quindi le piattaforme social sono arrivate ad una fase di maturità in cui convergono sulla stessa opinione il 75% degli over 54, l’80% tra i 35 e i 54 anni e l’88% tra i 18 e i 34 anni. Secondo l’Osservatorio nazionale, di cui ho l’onore di far parte come Componente del Comitato Scientifico, il 68%, praticamente 7 su 10, è favorevole all’utilizzo dei social per dare comunicazioni pubbliche ai cittadini. I più convinti sono le persone dai 54 anni in su, nello specifico il 72% (64% per la fascia 35-54 anni e 66% per i più giovani tra 18 e i 34 anni). L’emergenza – sempre secondo la ricerca – ha messo al centro del dibattito e delle scelte politiche anche lo smart working. Il 60% degli italiani dichiara di lavorare in modalità smart, di questi il 6% lo fa per più di 8 ore al giorno. Con quali strumenti? Il più utilizzato resta il pc, con il 90%, seguono lo smartphone (32%), le video call con varie piattaforme (24%), il tablet (12%). Chiaro è anche l’orientamento degli italiani sul ruolo del digitale nelle fasi successive all’emergenza e soprattutto per la ripresa. Praticamente 9 italiani su 10 (l’88%) pensa che il Covid-19 abbia accelerato il lavoro del nostro Paese sui temi del digitale e che gli strumenti digitali saranno sempre più centrali, sia nel settore pubblico che nel privato. È sicuramente condivisibile quanto ha dichiarato Francesco Di Costanzo, Presidente di PA Social che :“l’emergenza ha acceso un faro enorme sul digitale, sugli strumenti di comunicazione e informazione come social e chat, sulle modalità di lavoro smart la necessità ha creato attenzione su tante tematiche che, purtroppo, non sempre sono state messe al centro dell’agenda e delle politiche del Paese”. Il futuro della comunicazione istituzionale, d’impresa e anche sociale è molto legato ai social network Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn, YouTube, TikTok o in chat come WhatsApp, Telegram, Messenger. Sono già diventati strumenti di lavoro e per acquisire o condividere conoscenza e informazione. Il dopo emergenza ci fa capire, come ha sostenuto Livio Gigliuto, direttore Osservatorio nazionale sulla comunicazione digitale e vice presidente Istituto Piepoli, come: il digitale è il protagonista di questa rivoluzione: sono proprio i meno giovani, i più “fragili” digitalmente, a volere adesso i certificati su WhatsApp, i sindaci in diretta Facebook. 9 italiani su 10 vogliono sopperire al futuro di distanziamento sociale con la rivoluzione digitale, che probabilmente sarà il primo vero cambiamento nelle nostre vite alla fine, speriamo presto, di questa fase di emergenza”.

Noi Lions al tempo del Covid-19
Il tempo che viviamo, in tutto il mondo, ci angoscia e ci trova largamente impreparati, in questi anni ci siamo dedicati alla nostra crescita economica, spesso a una futile ricerca del benessere personale, dimenticando i drammi del mondo più povero, la fame la sete, l’ambiente sempre più degradato, le tante guerre con i loro lutti, noi Lions abbiamo cercato di andare controcorrente, mettendo al centro delle nostre iniziative “l’uomo”, i suoi bisogni, la sua dignità, ma resta sempre aperta una domanda: potevamo fare di più? Di Franco Sami

Ora siamo di fronte a un evento epocale che cambierà il mondo e speriamo di trarre tante lezioni da questa terribile pandemia per ripartire, perché tutto questo finirà e finirà ne siamo certi, ma ci lascerà oltre al dramma sanitario e sociale, agli infiniti inconsolabili lutti, un altro dramma, un’economia “in ginocchio”, occorre che fin da oggi ci prepariamo lavoriamo insieme, perché solo insieme ci potremo salvare, con un’Europa, speriamo, finalmente solidale e coesa. Mettiamo da parte gli egoismi, i protagonismi, come ricorda il nostro bellissimo codice etico, mai attuale come in questi momenti terribili, e approfittiamo di questa catastrofe per mettere le basi di un mondo migliore, più solidale, più ricco di valori umani, basato su un’economia più rispettosa dell’ambiente e del valore del lavoro. Ci servono ricordare le parole del Papa nel venerdì Santo, solo, sul sagrato di San Pietro “Cristo aiutaci non dimenticarti di noi” o del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando richiama all’unita della nazione, al sacrificio di tutto il nostro straordinario personale sanitario: medici, infermieri, farmacisti, forze dell’Ordine, e invita l’Europa ad agire, o la competenza dell’ex Presidente della BCE Mario Draghi quando, in dieci punti, ci indica la strada per rialzarci, e noi ci rialzeremo, ne sono certo, il popolo italiano è un grande popolo, e da il meglio di sé in queste terribili situazioni, l’abbiamo visto nel dopoguerra, nel combattere il terrorismo, nella reazione ai tanti terremoti di questo ultimi 20 anni, e noi Lions abbiamo una grande occasione, e sono sicuro che tutti i Club d’Italia sono già mobilitati, per dimostrare che il lionismo non sono parole vuote ma fatti, esempi di abnegazione per i più sofferenti, noi siamo in campo, ognuno farà la sua parte e saremo per la comunità in cui siamo inseriti un esempio di solidarietà di lavoro di fiducia. Cari amici, ricordo le importanti decisioni del Board internazionale, presieduto dal Presidente Choi, che ha preso decisioni eccezionali, da clima di guerra, a mio avviso certamente ragionevoli e obbligate. Vi invito a leggerle e comprenderete che il Lions International c’è e sa affrontare questa grave crisi mondiale da veri Lions.