Canaletto a Venezia

Canaletto a Venezia

La mostra di Canaletto, dopo quella del Tintoretto e prima di quella di Carpaccio, è la seconda tappa di una triade sorprendente di opere tra pitture e sculture nella città lagunare.
Nelle splendide sale dell’appartamento del Doge, a Palazzo Ducale, il percorso inizia con un modello dorato del Bucintoro, simbolo della città, e continua con cento opere di cui 25 luminose vedute di Canaletto, alcune delle quali mai tornate in laguna e provenienti da Musei nel mondo. Hanno collaborato, infatti, il Grand Palais di Parigi, Boston, Chicago, Washington, Londra e San Pietroburgo, oltre alle collezioni private inglesi.

La mostra, organizzata dalla Fondazione Musei Civici con la collaborazione del Comune e a cura di Alberto Craievich, direttore del Museo Ca’ Rezzonico, mette in relazione Canaletto con gli altri maestri vedutisti del Settecento: Luca Carlevarijs, Francesco Guardi con fedeli e incantevoli atmosfere lagunari; Bernardo Bellotto, nipote di Canaletto con famose vedute, oltre che di Venezia anche di Dresda, Varsavia, Vienna e Monaco; e poi Michele Marieschi con vedute e interessanti “capricci”, elaborazioni fantastiche della Serenessima.
Il Vedutismo, che ebbe gli antesignani negli sfondi e nelle architetture di Venezia in Gentile Bellini e Vittore Carpaccio, divenne con Vanvitelli uno stile e con Carlevarijs, maestro del Canaletto, una Scuola.
Nel Settecento, infatti, già si rappresentava fedelmente la città utilizzando sia le conoscenze matematiche, nella prospettiva e nell’architettura, sia il mezzo meccanico della camera ottica. Lo stesso Canaletto (1697-1768) se ne servì portando questo genere al suo apice con accortezza elegante e sapiente analisi. Così, i suoi scorci in prospettiva lenticolare, dopo le scenografie barocche, aderirono alla richiesta realistica dell’Illuminismo, rendendo in modo profondo, luminoso e vivace le vedute di canali, chiese, campi e monumenti veneziani da Piazza San Marco a Riva degli Schiavoni, dal Canal Grande con la Chiesa della Salute fino a Campo Santi Giovanni e Paolo.
Anche le opere di Bernardo Bellotto – nipote del Canaletto, sono piene di briosità, mentre quelle di  Francesco Guardi interpretano la decadenza della Serenissima, fino a Marieschi che dipinge la meraviglia e l’incanto infinito di Venezia.
In particolare Francesco Guardi sviluppò uno stile, basato su una gestione libera della pittura tra realtà e fantasia.  Rese, infatti, le atmosfere vibranti della luce veneziana e l’ effetto abbagliante sull’acqua con una nota sfumata, indefinita e malinconica a sottolineare i travagliati cambiamenti socio politici della Città – dopo la fine della Repubblica di Venezia col Trattato di Campoformio nel 1797 – non più aristocratica, ma popolare che rappresentò finanche con beffardi Pulcinella.
La veduta, sull’onda del grand tour, insomma, oltre che una moda, divenne l’esaltazione del mito di Venezia. Fu scelta, infatti, come prima tappa d’obbligo nei viaggi di formazione in tutta Europa e in particolare in Inghilterra, ammaliata dalla bellezza straordinaria della città lagunare e dai vari aspetti della vita sociale, delle feste e dei giochi.

In mostra spiccano inoltre: le “opere di genere” di Pietro Longhi, capace di esprimere già per Carlo Goldoni “i caratteri e le passioni degli uomini” fornendo, con osservazione puntuale, un’idea della società; e ancora gli interessanti ritratti di Rosalba Carriera, capace di cogliere tanti dettagli delle persone incorniciandole in un profondo realismo; e poi le opere di Giambattista Tiepolo, cognato del Longhi, esperto nella decorazione e nell’affresco con le dinamiche e famose scenografie mitologiche e storico-religiose, rarefatte nella ben nota e magica luce veneziana.
Nell’incisione, inoltre, domina Giambattista Piranesi con le grandiose architetture dell’antichità romana.
Il Settecento a Venezia adottò, in sintesi, forme sobrie e razionali che poi sfociarono nel Neoclassicismo e quindi nella rivalutazione dei canoni classici puri ed armonici.
Subentrò, quindi, all’ideale del rigore della tecnica e della ragione, in sintonia con l’Illuminismo, una nuova visione in cui primeggiò Antonio Canova, presente in mostra con “Caduta degli Angeli”, e con i suoi bassorilievi anticipatori del Neoclassicismo.
Da notare, tuttavia, che di Canaletto, nato, vissuto e morto a Venezia e che, come nessuno prima, esaltò il fascino della città, pochi sono i quadri in loco, tanto che in mostra sono arrivati soltanto tre opere, due del Museo Ca’ Rezzonico e una del Museo dell’Accademia. Ciò deriva dal fatto che la più grande collezione dei suoi lavori è conservata nella Royal Collection di Londra, in quanto, nel 1762, Re George III acquistò quasi tutti i suoi lavori dal principale agente e collezionista di Canaletto, sir Joseph Smith, che cogliendo la grandezza della sua pittura volle per sé tutta la sua produzione.
Contribuisce alla riuscita dell’iter espositivo l’allestimento di Daniela Ferretti che ha reso ancor più godibili non soltanto le opere, ma anche gli oggetti d’uso come le preziose porcellane, che aggiungono bellezza alla bellezza.
L’esposizione, nel complesso, ben rende la vitalità e lo spirito di un secolo in trasformazione nell’arte, nelle idee, nella tecnica, nella vita politica e sociale e che coinvolse nel suo fascino artisti, scrittori e viaggiatori.
Anna Maria Di Paolo

Venezia Palazzo Ducale, fino al 9 giugno.