Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”

Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”

 

Al Museo di Castelvecchio di Verona si è appena inaugurata un’interessante mostra che valorizza il ricco patrimonio della città, grazie alla collaborazioni tra le principali collezioni civiche cittadine.
Non si tratta dunque della solita mostra incongrua che assolve un’ormai vieta abitudine alle facili esposizioni, ma una rassegna che prosegue la linea di approfondimento di studi e di ricerca intraprese nel Museo di Castelvecchio, nel corso degli anni, su autori e su periodi ogni volta diversi della storia dell’arte veronese.
Quest’ultimo riguarda appunto lo studio dell’area culturale e storica della città tra il 500 e 600 poco nota, ma importante per la sua validità di pittura comunicativa proveniente soprattutto dalla Bottega dei Brusasorzi, i quali determinarono un fenomeno artistico che ebbe tale fortuna da diffondersi nelle Chiese, nei palazzi pubblici e privati e nel territorio circostante azzerando le committente esterne.
Da sottolineare che a Verona l’ istituzione culturale più importante dell’epoca era l’Accademia Filarmonica, la più antica d’Italia, fondata nel maggio 1543 in casa del nobile Pellegrino Ridolfi da un gruppo di giovani aristocratici appassionati di musica e desiderosi di elevare il proprio livello culturale. Tra di loro anche due pittori, Domenico Brusasorzi e il meno noto Raffaele Torlioni che, non agiati, furono persino esentati dal pagamento della quota associativa. Brusasorzi, buon musico, suonatore di liuto, ricopri’ il ruolo di pittore ufficiale del sodalizio, eseguendo diverse opere, andate perdute. Rimane però il “Ritratto di Bartolomeo Carteri”, musico, membro dell’istituzione dal 1564. Rilevante fu anche la sua produzione di pitture su pietra di paragone, l’ardesia, supporto di piccole pitture che contraddistinsero sia la bottega di Felice Brusasorci sia quella di Paolo Farinati. Piccoli e preziosi esempi si trovano nel Museo e brillano le pitture fatte di colori con miscela di olio, resine e cera fusa applicata col calore, insieme alle resine che si trasformavano in smalti brillanti, in un “paragone” appunto tra pittura e scultura.
L’esposizione, in sala Boggian, a cura di Francesca Rossi Direttore dei Musei Civici veronesi con Sergio Marinelli, annovera sessanta tra dipinti, disegni, strumenti musicali e documenti, parte dei quali presentati per la prima volta al pubblico. A Verona, dunque, tra Cinque e Seicento, quegli artisti cresciuti nella bottega di Domenico e Felice Brusasorzi rappresentano l’incontro di stili tra il tardo Manierismo, la pittura della Realtà e il Classicismo dando luogo ad un’Accademia corporativa vivace.
In città erano, inoltre, attivi altri artisti come Bernardino India e Paolo Farinati. Certo è che nella bottega dei Brusasorzi ci fu comunque l’influenza delle vicine importanti botteghe veneziane di Tintoretto, Tiziano, Veronese e Palma il Giovane e ciò attirò numerosi apprendisti tra cui Sante Creara, Alessandro Turchi, Pasquale Ottino e Marcantonio Bassetti ben rappresentati in mostra con loro opere. Ben presto, comunque, essi acquisirono una loro autonomia di stile, tanto che lo stesso Vasari elogió non soltanto i Brusasorzi, ma anche gli artisti del loro cenacolo che, molto apprezzati, monopolizzarono l’arte a Verona per mezzo secolo. Scrive la curatrice: “Nella rilettura di un’Italia multicentrica alle prese con l’ascesa e l’affermazione del Caravaggismo, del Naturalismo e della poetica degli affetti divulgata sotto il vessillo della Controriforma Cattolica dalla pittura rubensiana, l’indagine sul contesto veronese contribuisce ad avvalorare l’idea di una tradizione artistica locale che riuscì a mantenere salda la propria identità e autonomia e a tramandarla senza cedere alle tendenze figurative dominanti che condizionavano in quel momento l’intera Europa.”
I disegni e dipinti in mostra, che riflettono all’inizio lo stile del Maestro, si fanno via via più complessi per l’influsso di altri autori, come ad esempio Guido Reni della scuola Emiliana, e quindi evoluzioni si notarono fino alla brusca interruzione, dovuta alla peste del 1630 che sterminò molti pittori e che cambiò radicalmente la sensibilità di quell’immagine sopravvissuti i quali continuarono la pittura del tipo di Accademia classica.
Le opere esposte, in prevalenze su soggetti religiosi, ma anche ritratti e disegni, provengono dalle collezioni civiche e da importanti prestiti concessi dall’Accademia Filarmonica di Verona, dalla Fondazione Cariverona, dal Banco BPM, dalla Basilica di Santa Anastasia e da collezionisti privati nel segno di una proficua collaborazione tesa a valorizzare il composito patrimonio.
La sintesi delle ricerche ha portato, inoltre, alla recente pubblicazione del secondo volume del “Catalogo generale dei dipinti e delle miniature delle collezioni civiche veronesi”, monumentale opera curata da Paola Marini, Ettore Napione e Gianni Peretti.
In conclusione, la mostra riflette il lavoro serio, sistematico e approndito che fa onore agli studiosi del Museo.
Anna Maria Di Paolo

Verona. Museo di Castelvecchio
“Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”
Fino al 5 maggio 2019
Orari: da martedì a domenica 8.30–19.30; lunedì 13.30–19.30;
Il biglietto di ingresso al Museo consente anche la visita della mostra
Info > www.museodicastelvecchio.comune.verona.it

Immagini
Felice Brusasorzi: Il Valore incoronato dalla Fama, 1590 circa, olio su tela, diam. 196 cm Collezione della Fondazione Cariverona.
Felice Brusasorzi: Madonna con il bambino, un santo vescovo e sant’Antonio, e in basso le sante Barbara, Orsola, Apollonia, Maddalena, Cecilia, Agata, Caterina, Lucia, 1579, olio su tela, 303×191,6 cm Verona, Musei Civici.
Giovanni Battista Rovedata: Cena di san Francesco, 1605 olio su tela, 175×530 cm Verona, Musei Civici.
Francesco Montemezzano: Madonna con il bambino in trono e i santi Luca e Girolamo, 1580 circa, olio su tela, 182×111 cm. Verona, Musei Civici.