BIENNALE ARTE 2019. “May You Live In Interesting Times”

BIENNALE ARTE 2019. “May You Live In Interesting Times”

La Biennale Arte 2019 “Contro la semplificazione, il conformismo e la paura”, invita ad una riflessione col motto “May You Live In Interesting Times”, scelto dal direttore Ralph Rugoff.
Se è vero, del resto, che l’arte non cambia la storia politica di movimenti nazionalisti e di governi autoritari, tuttavia, aiuta, con una sua visione sociale, a vivere senza paraocchi e preconcetti. Triste, ad esempio, è la visione del Padiglione Venezuela chiuso ai Giardini per via della difficile situazione politica del Paese che suscita raggelanti motivi di riflessione!
Ma è, per fortuna, l’unico caso perchè, infatti, a Venezia l’inno all’arte con 79 Artisti invitati e 90 Partecipazioni Nazionali si espande non soltanto nei luoghi istituzionali come gli storici Padiglioni ai Giardini e all’Arsenale, ma anche nel centro storico, nelle calli, nei magnifici Palazzi, nelle Chiese e nelle Isole in cui gli artisti divulgano la sfida per vivere questi tempi interessanti e complessi.

Gli Artisti alla Biennale propongono, insomma, significati alternativi alle contraddizioni del presente e stimolano a non rassegnarsi alla violenza individuale e collettiva e alle disuguaglianze nella distibuzione del benessere, a cui sono legate, ad esempio, le migrazioni.
Tale è il tragico destino dei profughi a cui è legata anche l’esposizione all’Arsenale, da parte dell’artista svizzero Christoph Büchel, del relitto del peschereccio affondato nel Mediterraneo, con 700 migranti morti e che induce alla riflessione. O, ancora, l’eclatante caso del “Rifugiato dello spazio” in cui l’artista turco Halil Altindere racconta la storia vera di Muhammed Ahmed Faris, astronauta siriano che, nel 1987, viaggiò nello spazio nella spedizione sovietica, ex eroe nazionale e oggi oppositore del regime, diventato esule ad Istanbul!
I numerosi interventi artistici dal mondo riferiscono, dunque, la condizione dell’individuo ancora oppresso da divisioni, da guerre numerose e dai muri, come quello di “Ciudad Juarez” di Teresa Margolles, ai Giardini, crivellato dai colpi e con filo spinato che rimanda alla crudeltà della narcoviolenza nel suo Messico; opera forte che ha ricevuto una menzione speciale dalla Giuria.
All’arrivo, curiosità suscita la nebbia che avvolge il Padiglione centrale ai Giardini: “no problem”, proviene dall’installazione di Lara Favaretto, l’unica artista italiana invitata, insieme a Ludovica Carbotta. La prima, poi, in Snatching all’Arsenale, espone blocchi di cemento con sue impronte a cemento liquido per raffigurare confini fisici e problemi nella città; mentre la Carbotta, col progetto “Monowe”, presenta un frammento di città del futuro con uno stile di vita individualistico, progettato quindi per una sola persona, a forma di torre di guardia capovolta, a significare l’assurdità di controllo. Caratteristica della 58ª Edizione è che gli Artisti invitati sono solo viventi e, per la prima volta, in prevalenza donne, 20 di origine statunitense e altre afro-asiatiche; inoltre il direttore Rugoff ha diviso le opere in Proposta A , ai Giardini, e, Proposta B, all’Arsenale, con un certo strabismo mnemonico e percettivo!

Ma, iniziamo l’itinerario nel Pad. Centrale: sorprendente Maria Loboda con opere in corridoi spiazzanti lattiginosi; Michael Smith con un’installazione di incudini vere nello storico giardino di Carlo Scarpa; l’indiano Shilpa Gupta e il suo “Cancello mobile oscillante”, simbolo di resistenza fisica e ideologica di confini, di potere e censura, mentre all’Arsenale impetuosa è la sua simbolica installazione di microfoni e fogli trafitti in una babele di voci di 100 poeti incarcerati per le loro opere nel mondo.
Ai Giardini impressionante è anche “Bloody clean machine” dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu nel tentativo vano di pulire il sangue- inchiostro rosso, sparso a terra, nella relazione alienante uomo- robot.
E poi il sud coreano Suki Kong con “Ritratti scultorei” della nonna in piena tradizione, come anche gli intimisti merletti delle australiane Margaret & Christine Wertheim o le stoffe di Rosemarie Trockel, Alexandra Bircken e Yin Xiuzhen. E ancora la presenza insolita di un Lama tibetano: Khyentse Norbu con un video ascetico, ambientato in “Monastero Buddhista in Nepal”.
Giardini-Arsenale: snervante!
Tra le tante sculture, video e installazioni, spiccano le opere di Jimmie Durham, “Leone d’Oro alla Carriera” autorevole per età e per poetica, il quale assembla oggetti poveri con suggestiva simbologia nelle enormi sagome di animali in via di estinzione, denunciando l’ irresponsabilità dell’Uomo verso la Natura.
Emozionali anche i video, limitati quest’anno per scelta del Direttore preferendo pittura e fotografiadi immediata visione; tuttavia non mancano video digitali, come quello dell’ inglese Ed Atkins, all’Arsenale: «Old Food», abbastanza inquietante per l’ infausta e allarmante previsione di un mondo perduto.
E poi raggelante appare l’installazione all’Arsenale di Alexandra Bircken, “Eskalation”, con 40 figure in latex nero che pendono dal soffitto, visione distopica della fine dell’umanità.
La denuncia, invece, di George Condo nel dipinto “Facebook” è più reale nel raffigurare le falsità di bot e troll dei social network, come anche quelle di Arthur Jafa e Kahlili Joseph che, intrecciando più schermi con la multidimensionalità web, giornali e tv, sottolineano la precarietà dell’informazione tra realtà e finzione.
Non manca il riferimento al razzismo di Henry Taylor che indica quanto grande sia ancora, in America, il pregiudizio dei bianchi verso i neri.
E poi la denuncia di violenza, con immagini di varia umanità che ha subito abusi di ogni genere a Calcutta, da Soham Gupta: venti scatti drammatici di volti e corpi che evocano tuttavia la sofferenza universale.
Vivace anche il tema sulla “comunità LGBTI” di Zanele Muholi che, con fotografie in bianco e nero, ritrae se stessa per opporsi ai tanti pregiudizi contro gli stereotipi di genere.
Ma tantissimo c’è ancora, basti ricordare le 90 partecipazioni nazionali nei Padiglioni che come sempre suscitano curiosità e critiche e sono presi d’assalto, per cui le file sono estenuanti: in primis a quello della Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, Russia, Giappone, Australia e Svizzera, Brasile, Austria, Israele e il Belgio che ha avuto una menzione speciale dalla Giuria, e il Padiglione della Lituania “Sun & Sea” a cui è stato assegnato il Leone d’oro.

E ancora all’Arsenale: gli Emirati Arabi, Argentina, India con omaggio a Ghandi, Cina, e tra altri il Ghana, con inno alla sua indipendenza dal colonialismo.
Il Padiglione Italia,infine, a cura di Milovan Farronato, è ispirato a Calvino in riferimento all’intricata rete di calli a Venezia . Una “ sfida del Labirinto” che riunisce opere di Liliana Moro – con lavori storici associati ad altri nuovi- Enrico David – con figure grottesche e oggetti vari – e Chiara Fumai – morta prematuramente nel 2017, con opere già esposte e una produzione inedita- : tutte ispirate alla complessità e indeterminatezza del mondo contemporaneo in cui, tuttavia, attraverso la conoscenza si cerca l’uscita verso la Libertà, alle note di “Bella Ciao”.Circa 20, inoltre, sono gli eventi collaterali, tra cui Baselitz all’Accademia, Pascali alle Zattere, Gorky a Ca’ Pesaro e la mostra di Chiara Dinis al Museo Correr, tra le attività “Educational”.
Critiche? Tante, ma teniamo buona la favola di Esopo su “Il contadino, il figlio e l’asino” perché alla fine ciò che conta è l’ invito dell’Arte a riflettere sulla complessità umana e sulle relazioni connesse.

Anna Maria Di Paolo
Fino al 24 novembre 2019

Immagini:
Jimmie Durham, Leone d’Oro alla carriera
Sun Yuan e Peng Yu, Bloody clean machine
Christoph Büchel, relitto del peschereccio affondato nel Mediterraneo
Lara Favaretto, No problem