Ambiente i giovani (e il capitale) salveranno la “casa che brucia”

Ambiente i giovani (e il capitale) salveranno la “casa che brucia”

L’allarme per i cambiamenti climatici hanno stravolto l’agenda delle politiche pubbliche e private. Dal Palazzo di Vetro alle montagne di Davos (dove Trump e Greta continuano a litigare), dall’Unione Europea ai governi, cittadini, finanza e industria finalmente alleati per programmi sempre più green. Una questione epocale che è priorità del secondo centenario Lions. Di Pierluigi Visci
Una priorità. La questione climatica resta in cima alle ansie dei cittadini. Per noi Lions, il primo obiettivo del secondo centenario della nostra “famiglia”. E non solo a parole, come conferma la solidarietà tangibile della Fondazione Internazionale (LCIF) per le popolazioni australiana: 25 morti e 11 milioni di acri di boschi in cenere. Non solo noi, ovviamente. Qualcosa si muove, allora, tanto nelle coscienze individuali quanto nelle pratiche della politica e dell’economia mondiali. Ne avevano preso atto in autunno i governi del Pianeta riuniti per l’Assemblea ONU, a New York, spinti dalla sollecitazione generosa e appassionata dei giovani che proclamano il diritto naturale di vivere in un mondo almeno respirabile, come non è accaduto, appunto, in Australia. La peggiore e più tragica materializzazione degli allarmi condensati nel titolo del libro di Greta Thunberg: “La nostra casa è in fiamme”.
Appunto. La nostra casa continua a bruciare, ha ripetuto la piccola Greta al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, a fine gennaio, dove si è sentita bacchettare dal potente presidente americano Donald Trump come “profeta di sventura”. Lo scontro rivela comunque attenzione per la questione epocale del cambiamento climatico. E non è un caso se all’Ambiente è stato dedicato il 50° Forum che coinvolge governanti, imprenditori, economisti, scienziati tra i più influenti al mondo. “Chi l’avrebbe detto soltanto un anno fa?”, si è compiaciuta l’attivista svedese.
I giovani, insomma, muovono le coscienze, impongono il contenimento dei consumi, il cambio degli stili di vita, dettano l’agenda delle priorità. E impongono la svolta ambientalista al grande capitale, ai colossi industriali, alle potenti multinazionali che si riconvertano alla green economy. Un segnale fortissimo l’ha dato Larry Fink, ceo del colosso Usa (7 trilioni di milioni di dollari) del risparmio gestito BlackRock. Entro il 2030, BlackRock aumenterà da 90 a mille miliardi gli investimenti alle aziende della green economy.
“Ogni governo, azienda e azionista – ha detto Fink – deve fronteggiare il cambiamento in un futuro più vicino di quanto pensano e ci sarà una significativa riallocazione del capitale per ambiente, sociale, buon governo delle aziende”. Posizione-“bomba” cui ha fatto seguito l’adesione al comitato Climate Action 100+ (nel quale è presente Arcelor Mittal, la proprietà franco-indiana della nostra ex Ilva), giudicata una “dichiarazione di guerra” alle aziende inquinanti. È anche un grande business: le aziende verdi creano posti di lavoro (e lavoro di qualità) e presentano solidi bilanci. Anche in Italia, le sensibilità ambientali, riunite dalla Fondazione Symbola, firmano il Manifesto di Assisi: 1.600 personalità dell’economia, della cultura, del volontariato, delle istituzioni s’impegnano per il miglioramento sociale e ambientale del Paese.
Mille miliardi è anche quanto investirà in dieci anni l’Unione Europea nel Green Deal con l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050. Il primo step riguarderà il sostegno ai Paesi (Polonia in testa) con maggiore dipendenza dal carbone. I governi nazionali, peraltro, non rimarranno isolati a fronte delle contestazioni come è capitato con i gilet gialli in Francia al presidente Macron, scatenati dal ventilato aumento delle tasse sui carburanti.
Inquinamento, ampliamento delle aree verdi, consumo del suolo e decementificazione, gestione di rifiuti e risorse idriche, specialmente in ambito locale: sono questi – secondo l’indagine demoscopica di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera – i temi che i cittadini considerano priorità per la qualità della vita.
In 5 anni la preoccupazione per l’ambiente è cresciuta del 16%. Per 1 italiano su 2, poi, la protezione dell’ambiente dipende da comportamenti individuali, per il 30% dalle industrie e per il 13% dalle istituzioni pubbliche. E tanto altro, una valanga di informazioni sul “sentire” degli italiani, con il quale noi Lions siamo, come abbiamo visto, in sintonia.